martedì 14 agosto 2018

IL PARLAMENTO €UROPEO sotto CONTROLLO delle organizzazioni "UMANITARIE"


SOROS PAPERS I: Come la Open Society

Foundation controlla 1/3 del parlamento €uropeo



soros opensocietydi Francesco Galofaro – Politecnico di MilanoCon questo articolo Marx XXI si accinge a pubblicare una serie di approfondimenti sui Soros Papers. Si tratta di documenti riservati della Open Society Foundation che fa capo al discusso finanziere naturalizzato statunitense George Soros, pubblicati dal sito DC Leaks. La nostra inchiesta parte dal Parlamento €uropeo e dal modo in cui la Fondazione esercita attività di tipo lobbistico su un terzo dei deputati eletti nel 2014.
Nei prossimi numeri ci occuperemo più nello specifico della campagna elettorale del 2014 e del modo in cui la Fondazione ha tentato di influenzarla. Infine, approfondiremo le finalità della Open Society Foundation, per chiederci se il suo modo di procedere non costituisca una minaccia per la democrazia.

La fonte

DC Leaks è un sito noto per aver divulgato, in passato, le mail dei partecipanti al congresso democratico del 2016 [1], rivelando come il gruppo dirigente avesse sabotato la campagna elettorale di Bernie Sanders. Nell'agosto del 2016 DC Leaks ha pubblicato 2600 file relativi alle attività e alle strategie della Open Society Foundation. Secondo le accuse delle agenzie di sicurezza USA, dietro la pagina si celerebbe il gruppo russo Fancy Bear, specializzato nello spionaggio cibernetico.
Non è certo il modo in cui i documenti sono stati ottenuti. Per ammissione di Laura Silber, portavoce della fondazione, i dati provengono da una intranet utilizzata dai membri del consiglio di amministrazione, dallo staff e dai partner della fondazione [2], il che fa pensare a una gola profonda (whistleblower) interna all'organizzazione, mossa da motivazioni ideali, oppure alla tecnica dello spear phishing, con mail ad personam che sfruttano dati sul destinatario allo scopo di convincerlo a collaborare.

I temi trattati

Qualunque sia l'origine dei dati, essi sono dunque autentici. Divisi per continenti, comprendono materiale su l'offerta di aiuto di Soros alla Clinton per gestire la crisi albanese del 2011; sulla politica della fondazione riguardo a Israele; gli sforzi per suscitare critiche verso coloro che propongono una linea dura contro il radicalismo islamico [3].
Nel momento in cui scrivo queste righe il sito DC Leaks non è più online [4]. In ogni caso è ancora possibile ritrovare alcuni tra i documenti relativi alla Open Society, se si sa come cercarli. Nelle note rinvio agli indirizzi dove li ho reperiti e ne metterò una copia a disposizione della redazione di Marx XXI.

I 14 eurodeputati italiani coinvolti

Nei giorni scorsi si è sparsa la notizia su quotidiani cartacei e on-line: stando a un documento riservato della Open Society Foundation, il miliardario George Soros può contare su 226 deputati del Parlamento €uropeo. E poiché il totale dei deputati è 751, si tratta evidentemente di un gruppo politico di una certa importanza.
Tra gli “affidabili” 14 sono italiani: 13 appartenenti al PD (Benifei, Cofferati, Cozzolino, Del Monte, Gentile, Gualtieri, Kyenge, Morgano, Mosca, Panzeri, Pittella, Schlein, Viotti) e 1 all'Altra Europa per Tsipras (Barbara Spinelli).
Gli articoli giornalistici non approfondiscono ulteriormente la questione; a una lettura attenta, è chiaro che copiano l'uno dall'altro e raramente rimandano alla fonte, la quale peraltro non è più disponibile. Per questo motivo si è reso necessario ricercare i documenti originali e verificare quanto c'è di vero in questa storia. 

La guida del lobbista

Il documento cui facciamo riferimento consta di ben 177 pagine [5]. La prima parte è un'utile e dettagliata introduzione all'articolazione del Parlamento, dei gruppi politici che lo compongono, delle commissioni e dei temi di cui si occupano i singoli parlamentari.
La seconda parte scheda i componenti affidabili, nome per nome.

Come funziona

Poniamo il caso che Simon De Augiana, giovane lobbista rampante, sia incaricato da Soros di perorare la causa del libero movimento di capitali tra gli stati. Il ragazzo è nuovo a Bruxelles e disorientato di fronte alle centinaia di deputati sconosciuti provenienti dai Paesi più disparati. Per sua fortuna, la fondazione Open Society Foundation lo ha fornito della guida.
A p. ix apprenderà che il Comitato per gli affari economici e monetari (ECON) possiede le competenze che cerca (politiche economiche e monetarie, libera circolazione dei capitali, sistema monetario e finanziario internazionale, tasse, servizi finanziari, attività finanziarie della Banca €uropea per gli investimenti). Segue un elenco di 39 parlamentari affidabili, divisi per ruolo: presidente, vicepresidente, coordinatori, membri, sostituti. Poiché il nostro giovane punta in alto, consulta immediatamente la scheda del presidente, ovvero Roberto Gualtieri, italiano, appartenente al gruppo parlamentare S&D (Socialisti e Democratici).
A p. 64 scoprirà che Gualtieri è nel Parlamento dal 2009, è uno storico e un professore universitario coinvolto da vicino nel recente rinnovamento del suo partito, che ha portato a un importante guadagno di popolarità. I suoi interessi vanno agli affari costituzionali, all'integrazione €uropea, agli affari monetari ed economici, al meccanismo di stabilità, agli affari esteri ecc. Il giovane potrà inoltre leggere una sezione di “note caratteristiche” che specificano come Gualtieri sia una delle voci più autorevoli del gruppo S&D, eletto in una delle posizioni più strategiche del Parlamento €uropeo.
Seguono ovviamente i suoi contatti, telefono, mail, posta, twitter. A questo punto il nostro lobbista avrà capito che Gualtieri è proprio l'uomo che fa per lui. Tuttavia, per scrupolo, consulta la scheda di un altro italiano nella lista, ovvero Andrea Cozzolino. Così viene a sapere che ha un diploma di scuola secondaria, è coinvolto in organizzazioni giovanili comuniste dal 1970, con responsabilità dal 1983. E' stato consigliere regionale dal 2000, mentre dal 2005 è stato assessore regionale per l'agricoltura e l'industria. E' deputato €uropeo dal 2009.
I suoi interessi vanno all'utilizzo strutturale di fondi, la salute, la geopolitica del mediterraneo, il conflitto israelo-palestinese. Decisamente, si direbbe un profilo meno rilevante per gli scopi del nostro giovane lobbista, e poi nell'ECON Cozzolino non è che un sostituto. Pertanto, il nostro Simon decide di risparmiare le energie e concentrarsi su Gualtieri, e di ricorrere a Cozzolino, connazionale e compagno di gruppo politico, solo nel caso la via diretta fosse per qualche motivo sbarrata......

Cosa vuol dire “affidabile”?

Che cosa significa il fatto di trovare il nome di un deputato in questa guida? Gualtieri, Cozzolino e Spinelli sono sul libro paga di Soros? La risposta è no. L'introduzione spiega ai lobbisti come comportarsi nei confronti delle persone schedate. Si tratta di alleati provati o probabili. Come specifica il documento, oltre a discutere temi individuali, la Open Society Foundation mira a costruire relazioni durature e di fiducia con i parlamentari.
I loro profili individuali sono stati realizzati utilizzando sia informazioni pubbliche sia “ricerche originali” - il documento non specifica come vengano realizzate queste ultime. Quindi: Gualtieri, o la Kyenge, sono affidabili.... non corrotti. In passato potrebbero aver avuto contatti con la Open Society Foundation. Ad esempio, un'organizzazione con cui sono in contatto potrebbe aver ricevuto dei finanziamenti, secondo un meccanismo che approfondiremo nelle prossime puntate della nostra inchiesta. E' possibile che la loro campagna elettorale sia stata finanziata da Soros, del tutto legittimamente.

Come che sia, ad avere relazioni con Soros gli €urodeputati guadagnano l'appoggio di una fondazione che, come vedremo prossimamente, è in grado di effettuare campagne di portata €uropea ed è dotata di una capacità di spesa pressoché inimmaginabile.
Dunque, il problema non si pone in termini di illegalità, quanto piuttosto di opportunità politica. Se devi il tuo seggio a un cospicuo finanziamento o se speri in un appoggio futuro per la tua rielezione, è difficile dimenticartene quando ti viene chiesto di giudicare una proposta che riguarda gli interessi del finanziatore.

Prossimamente

La geografia politica degli €urodeputati amici di Soros. Martin Schulz. Gli strani amori tra Soros e il GUE. Le funzioni dei deputati. I rischi legati alle attività lobbistiche.

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/2016_Democratic_National_Committee_email_leak
[2] http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/216382
[3] http://thehill.com/policy/national-security/291486-thousands-of-soros-docs-released-by-alleged-russia-backed-hackers
[4] http://soros.dcleaks.com/
[5] Ad esempio qui: https://legacy.gscdn.nl/archives/images/soroskooptbrussel.pdf
deca

SOROS PAPERS II: Geografia politica

degli €urodeputati "affidabili"



soros bndi Francesco GalofaroPolitecnico di Milano
Con questo articolo Marx XXI prosegue la pubblicazione degli approfondimenti sui Soros Papers.
Il lettore troverà la prima parte dell’inchiesta a questo indirizzo.

Si tratta di documenti riservati della Open Society Foundation che fa capo al discusso finanziere naturalizzato statunitense George Soros, pubblicati dal sito DC Leaks.
Nella prima parte ci siamo occupati della fonte e abbiamo spiegato la tecnica usata dai lobbisti della fondazione. In questa seconda parte approfondiremo meglio la geografia politica dei parlamentari considerati affidabili dalla lobby di Soros.

Di cosa si tratta

Il nostro percorso ha preso avvio da un documento di ben 177 pagine [1] che abbiamo definito ‘la guida del lobbista’. Il documento contiene le schede di 226 eurodeputati, tra cui 14 italiani, che la fondazione considera alleati provati o probabili. In seguito a un’utile discussione con la redazione di Marx XXI ritengo di dover precisare meglio che significato abbia trovare il nome di un parlamentare in questo elenco. La grande maggioranza dei giornali italiani, infatti, ha sbattuto i nomi in prima pagina come se si trattasse dell’elenco degli iscritti della loggia P2.
Non si tratta di questo: occorre tener presente il destinatario del documento, un lobbista, uno dei tanti che si muovono a Bruxelles, che ha bisogno di capire quali deputati, tra i 751 che affollano l’europarlamento, sono sensibili a un tema dato, in modo da mettere insieme una rete che possa appoggiare efficacemente una proposta di intervento. Non si tratta dunque di corrotti e neppure di persone che si sono affiliate nottetempo a un’organizzazione occulta attraverso qualche ridicolo rituale.
Si tratta piuttosto di politici organici, o che han fatto un percorso comune, oppure semplicemente entrati in contatto con la fondazione o con una delle innumerevoli ONG e associazioni che compongono la capillare rete €uropea connessa alla Open Society Foundation, che esploreremo nella prossima puntata dell'inchiesta.
Poiché il rapporto tra lobby e istituzioni €uropee è legale e normato dalla legge, il problema qui non è se la relazione tra un deputato e Soros sia un reato, ma se sia eticamente e politicamente opportuno perseguire alleanze tattiche o strategiche con un’organizzazione che ha sede negli USA, attività in tutto il mondo, una capacità di spesa virtualmente illimitata per perseguire i propri obiettivi, e che risponde alle idee di una persona sola.

Panoramica a volo d'uccello

Chi sono i deputati affidabili? In questo lungo catalogo, che ricorda quello delle donne di Don Giovanni tenuto da Leporello, sono rappresentate tutte le Regioni €uropee e tutti i gruppi: leggiamo i nomi di 36 membri del PPE; 82 membri del gruppo socialista; 7 appartengono al gruppo conservatore e riformista (€uroscettico); l'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'€uropa ne conta 38; perfino la sinistra radicale del GUE totalizza ben 34 amici dello speculatore ungherese multimiliardario, battendo nettamente i 29 appartenenti al gruppo dei Verdi.

Martin Schulz

Tra gli amici della Open Society Foundation è interessante il primo della lista: l'allora Presidente del Parlamento €uropeo Martin Schulz. Nella sua scheda, leggiamo che è nel Parlamento dal 1994. Di professione libraio, dal '91 ha ricoperto numerosi incarichi nel suo partito: consigliere, sindaco, capogruppo al Parlamento €uropeo, presidente del Parlamento dal 2012, candidato per i socialisti alla presidenza della Commissione €uropea.
S' interessa d' affari costituzionali, di governance economica, dell'economia del post-crisi, dei diritti umani e delle minoranze. Infine, leggiamo: estremamente occupato a causa delle sue responsabilità istituzionali, può tuttavia essere avvicinato per impegni di alto livello relativi alla lotta all'estrema destra, la seconda guerra mondiale, la lotta all'antisemitismo.
Così, il nostro lobbista trova nella guida il suggerimento giusto per agganciare nientemeno che il presidente Schulz: il futuro candidato cancelliere alle elezioni tedesche, nel 2014 era considerato uomo di fiducia da George Soros.

Le strane relazioni tra Soros e il GUE

Alcuni nomi del GUE fanno riflettere. Troviamo infatti Pablo Iglesias, fondatore di Podemos; l'attuale ministro degli affari esteri del governo Tsipras, Georgios Katrougkalos; membri del front de gauche francese, della Linke tedesca, e perfino comunisti portoghesi, ciprioti, cechi, ecc. Tutto questo può strappare un sorriso, visto che Soros è un teorico del pensiero liberale e un seguace di Karl Popper.
Oppure può suscitare perplessità: una parte del GUE infatti contrasta l’espansione dell’Unione e della NATO in Ucraina; come vedremo nella prossima puntata, nei propri documenti interni la Open Society Foundation dichiara senza mezzi termini che il proprio obiettivo è il controllo politico di quello Stato.
Come è possibile che la fondazione consideri affidabili uomini che da sempre combattono questa prospettiva?

Non guardare ai nomi, ma alle funzioni

Come abbiamo scritto, il destinatario del documento è un lobbista. Per questo la guida si concentra su quello che i deputati possono fare per Soros e mette a disposizione diversi indici tematici per orientare la scelta dell’interlocutore.
Facciamo un esempio: tra le schede troviamo quella di Neoklis Sylikiotis, cipriota del partito comunista AKEL e membro del GUE. La sua scheda recita: interessato nel conflitto israelo-palestinese (forti sentimenti antiliberali).
Dunque, il nostro lobbista saprà che è l’uomo giusto da coinvolgere quando si tratta di ostacolare le relazioni tra U€ e Israele – uno dei finti bersagli di Soros - ma non va considerato se il problema è quello di combattere le politiche dei dazi.

A chi rivolgersi per l'Ucraina

Così un €urodeputato comunista può essere contattato per motivi legati alla pesca, un’altro perché sensibile al problema dei diritti riproduttivi: ciascuno ha il proprio tema. Ad esempio, Jan Philipp Albrecht (Verdi) è riconosciuto come il più titolato a parlare sui problemi della protezione dei dati: se una proposta del nostro lobbista su questo tema dovesse essere fatta propria da Albrecht, l'€uroparlamento sarebbe certo più incline a dargli ascolto.
Ma se la proposta riguardasse l’Ucraina, il nostro lobbista dovrebbe rivolgersi piuttosto a Kaja Kallas, liberale, estone, che fa parte della delegazione ai rapporti con l'Ucraina e si occupa di come liberarsi dalla dipendenza energetica verso la Russia; a Tonino Picula, croato, socialdemocratico, la cui scheda recita: Convinto €uropeista, sarà centrale per le relazioni U€-Ucraina in qualità di relatore permanente del suo gruppo. 
Grazie alla guida, in cinque minuti chiunque è in grado di trovare la persona che fa al suo caso.

Istruzioni per l'uso

A riprova del fatto che gli €urodeputati schedati non sono dei semplici ‘impiegati di Soros’, troviamo anche note caratteristiche negative: la presidenza Brok (Popolari) del comitato affari esteri è giudicata storica (quindici anni), ma politicamente di parte; inoltre, ha lasciato una posizione di vertice al gruppo Bertelsmann solo nel 2011: un'allusione a un possibile conflitto di interessi.
Come il bugiardino di un medicinale, troviamo le avvertenze e le modalità d’uso: ad esempio, di Klaus Buchner, unico parlamentare €uropeo di un piccolo gruppo ecologista tedesco alternativo ai Verdi, si scrive che potrebbe trovarsi isolato; la sua importanza dipenderà dalla sua capacità di tessere alleanze.

Le funzioni degli €urodeputati italiani

Occorre resistere alla tentazione – cui han ceduto volentieri i giornalisti italiani – di porre sullo stesso piano personalità di livello, seconde file e personalità emergenti su cui la fondazione intende investire per il futuro.
Può far sorridere che Barbara Spinelli sia nell'elenco degli interlocutori di Soros, visto che è stata eletta per la sinistra radicale, ma quel che davvero interessa il nostro lobbista è ciò che rappresenta: nel 2013 ha lanciato una campagna di impeachment contro Silvio Berlusconi a causa dei suoi numerosi conflitti di interesse; ha scritto molti saggi ed è figlia dell'uomo di stato €uropeo Altiero Spinelli. Stando alla guida del lobbista, Benifei è fortemente filo-€uropeo e coinvolto col Movimento Federalista Europeo, Alessia Mosca si interessa al TTIP, Gianni Pittella fa parte della Conferenza dei Presidenti, Daniele Viotti fa parte dell'intergruppo che si occupa dei diritti LGBT.
Troviamo anche investimenti su €urodeputati considerati, a torto o a ragione, emergenti. Così, leggiamo che Sergio Cofferati è una “voce in ascesa” nel suo gruppo politico; o che Elena Ethel Schlein detta “Elly” ha lanciato il movimento Occupy PD.

Un gruppo potente

La vera preoccupazione che la guida del lobbista dovrebbe destare è la capillarità e la pervasività dei “contatti affidabili” di Soros. Dalla difesa allo sviluppo, dal commercio agli affari legali non c'è gruppo in cui non sia presente una numerosa pattuglia di parlamentari “amici”.
Come abbiamo visto nella prima parte dell’inchiesta, nell'€CON Soros può contare su 39 deputati su 117 (tra membri effettivi e sostituti), ovvero il 33% della commissione; nel comitato per il commercio internazionale (INTA), la fondazione controlla potenzialmente 28 membri su 81, compreso il presidente e due vicepresidenti; nel sottocomitato per la sicurezza e la difesa 18 su 60 componenti sono persone di fiducia, compresi due vicepresidenti.
In questo modo, dalla guerra all’economia alle riforme istituzionali, non c’è tema sul quale la fondazione non sia in grado di assemblare reti di consenso e per orientare le principali politiche €uropee.

La lobby come dispositivo della governamentalità

In Italia l'attività delle lobby non è regolamentata dalla legge, a discapito della trasparenza, e suscita infatti molte polemiche; in €uropa l'attività dei gruppi di pressione di ogni genere è al contrario ben vista come instrumentum regnii. Negli anni sono stati creati numerosi registri dei lobbisti, l'iscrizione ai quali avviene su base volontaria.
Il numero dei lobbisti che si occupano degli interessi di grandi aziende, delle associazioni di categoria, di temi politici (ambiente, diritti), ONG è stimato in 15.000 persone [2], a dimostrazione della grande importanza delle decisioni delle istituzioni €uropee e a confutare in parte certe semplificazioni per cui il Parlamento €uropeo conterebbe poco.
Il modello di democrazia, se così si può chiamare, adottato dall’€uropa punta ad una governamentalità distribuita [3] più che al modello gerarchico di sovranità che lo ha preceduto da un punto di vista storico e che presiedeva al prelievo e alla redistribuzione della ricchezza [4]. Si tratta a ben vedere di uno dei tratti più tipici della filosofia politica liberale: lo Stato dovrebbe infatti lasciar posto agli interessi del privato organizzato e ridursi a svolgere il ruolo di semplice guardiano notturno della proprietà privata [5].

I rischi per la democrazia

Ci si può chiedere cosa ci sia di male nell’attività dei lobbisti e nell'intrattenere relazioni politiche con loro. In fondo, l'attività di lobby non è gestita solo da malvagie multinazionali del farmaco, ma da università, organizzazioni ambientaliste, gruppi religiosi: una rappresentazione, per quanto distorta, della distribuzione del potere nella società contemporanea.
Ogni €urodeputato dovrebbe porsi la domanda: è lecito avere rapporti con una lobby, anche solo per motivi tattici o su temi specifici? Oppure l'attività di lobby come quella di Soros rappresentano una minaccia per la democrazia e per la sovranità? Avremo tempo per rispondere a questa domanda per esteso.
Per quel che riguarda Soros, i rischi più evidenti sono legati alla sua attività di speculatore finanziario, basata eminentemente sul fatto di ricevere notizie in anteprima o addirittura causare eventi in grado di influenzare gli andamenti di mercato - approfondiremo questo aspetto delle attività di Soros nella prossima puntata della nostra inchiesta.

Prossimamente

Come la Open Society Foundation ha investito nove miliardi di dollari nella campagna delle elezioni €uropee del 2014. Chi ha finanziato e per quali scopi. La sua rete capillare negli Stati €uropei. La campagna contro il populismo.

NOTE

1 Ad esempio qui: https://legacy.gscdn.nl/archives/images/soroskooptbrussel.pdf
2 https://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_di_pressione
3 Da non confondere con la nozione di governance, relativa ai processi di governo, intendo il concetto di governamentalità come la razionalità che consente ad alcune organizzazioni di espletare funzioni di governo. Perché si renda utile questa definizione deve essere giocoforza più restrittiva rispetto alla enorme estensione che il termine finisce per avere nell'opera di Foucault e a fortiori in quella dei suoi epigoni.
4 Michel Foucault, il potere psichiatrico, Milano, Feltrinelli, 2003, lezione del 21 novembre 1973.
5 Cfr. ad es. Nozik, R. Anarchia, stato e utopia. I fondamenti filosofici dello 'Stato minimo', Le Monnier, Firenze, 1981.
 deca

martedì 31 luglio 2018

LA GUERRA COLONIANALE X L'ORO DELLA LYBIA


LE INCOGNITE DELLA NUOVA GUERRA COLONIALE PER LA LYBIA

Di comidad

Vi sono momenti storici in cui la propaganda avversaria può diventare, invece che un problema, addirittura un fattore di traino. È accaduto in questi anni a Putin, il quale è stato indirettamente santificato dalla propaganda occidentale che cercava di criminalizzarlo. Accadde al Partito Comunista Italiano tra il 1974 ed il 1975, quando la segreteria democristiana di Amintore Fanfani condusse la polemica anticomunista in modo così puntiglioso, astioso e destabilizzante da rendere simpatico il PCI ai settori dell’elettorato desiderosi di stabilità. Lega e 5 Stelle stanno oggi traendo un analogo vantaggio dal tipo di “opposizione” che il PD ed i media di contorno stanno conducendo contro l’attuale governo.
Nella propaganda piddina vi è un errore narratologico molto simile a quello dei telefilm polizieschi americani, nei quali si vedono i sospettati porsi nei confronti del poliziotto che li interroga come se fosse il loro psicanalista. Si tratta della rimozione del conflitto come effetto del confronto di interessi diversi e contrapposti, per proporre un’idea del conflitto come risultato di pura irrazionalità di una delle parti. Alcuni intellettuali della “sinistra” si ostinano a considerare il seguito elettorale e di opinione di Matteo Salvini come la conseguenza di un’ondata irrazionale. Più semplicemente invece l’opinione pubblica si limita a prendere atto con realismo che il quadro internazionale non è composto di afflati ideali da una parte e di spinte fanatiche o populiste dall’altra, bensì di interessi contrapposti e talora inconciliabili.
È vero che nell’elettorato tradizionale della Lega vi sono anche quelli che desidererebbero risolvere la questione migranti con i treni piombati e i forni crematori, ma se fosse per quelli la Lega sarebbe ancora il partitino del 4%. Poi non c’è bisogno di essere nazisti per restare scettici di fronte alla fiaba secondo cui centinaia e centinaia di ONG sarebbero animate da spirito filantropico. Più la propaganda insiste sulle fiabe del tipo il “Salvini nuovo Hitler”, più il segretario leghista sfonda al centro, poiché viene identificato da gran parte dell’opinione pubblica nel ruolo del politico realista e responsabile che almeno non racconta balle clamorose. È inutile, ad esempio, che il segretario del PD Martina insista ancora nel paventare “l’isolamento in Europa”, dato che ognuno si è accorto che in Europa l’Italia è sempre stata isolata e non è mai riuscita a fare squadra con nessun altro Paese. Martina ci fa la figura del cretino e basta; intanto, per riflesso, cresce l’immagine del Salvini statista.
Se la propaganda politicorretta tacesse per qualche mese ci si comincerebbe ad accorgere che anche la narrazione dell’attuale governo non è poi così realistica come sembrerebbe. Sul tema migratorio non è realistico pensare ad una politica di rimpatri dei clandestini, perché troppo costoso; non sono realistici quei campi di concentramento in Africa detti “hotspot”, poiché non solo costano ma non servono a nulla; non è realistico concentrarsi sui “barconi”, perché un buon terzo delle banchine portuali in Italia è sotto controllo militare straniero e sotto segreto militare, perciò nulla ti assicura che il traffico di migranti non passi anche da lì.
Non è neppure realistico parlare di investimenti in Africa, poiché occorrerebbe semmai “disinvestire”, bloccare cioè quei flussi finanziari che alimentano l’inclusione finanziaria (cioè l’indebitamento) delle masse africane. L’inclusione finanziaria è sotto l’egida di quel super-potentato che è la Banca Mondiale, che nei suoi documenti tratta anche del ruolo delle ONG in questo business dell’inclusione.
È possibile quindi che l’attivismo di Salvini mascheri politiche molto meno ambiziose e molto più tradizionali per l’Italia. Il nervosismo di Macron nei confronti dell’Italia è diventato infatti più comprensibile. Il Presidente francese evidentemente sospettava che l’attivismo dell’attuale governo italiano sul tema della migrazione di origine africana e la stessa proposta italiana degli “hotspot” fossero in realtà un pretesto per rimettere tutti e due i piedi in Libia. Il recentissimo viaggio lampo di Matteo Salvini a Tripoli ha confermato, almeno in parte, questo sospetto. Salvini infatti, tra una sparata e l’altra sul tema migratorio, ha parlato anche della possibilità di accordi “economici” con la Libia, comportandosi come un lobbista delle multinazionali italiane, ENI in primis. Parole e comportamenti che certamente hanno preoccupato ed irritato Macron, che ovviamente pensa agli interessi di Total in Libia.
Il vertice di Parigi del maggio scorso tra Macron ed i due “governi” libici è stato per lo più presentato dai media come un successo della diplomazia francese ed una definitiva liquidazione delle aspirazioni italiane di tornare ad un ruolo in Libia. In realtà i due leader libici non hanno preso impegni concreti, perciò il vertice può essere considerato un risultato molto parziale, che dà adito ad ulteriori mosse da parte del governo italiano.
Il nervosismo francese ha cause molto concrete. Tutta la posizione coloniale della Francia in Africa presenta oggi caratteristiche di oggettiva debolezza. Per la serie “derubiamoli a casa loro” c’è l’esempio del saccheggio dell’uranio del Niger da parte della Francia. La ricchezza del sottosuolo nigerino è una maledizione per le popolazioni locali. L’80% dei Nigerini non dispone ancora di energia elettrica: questo dato sconcertante è denunciato nientemeno che da quel forum paramassonico che è l’Aspen Institute.
Non che il saccheggio dell’uranio nigerino abbia portato gran bene alla Francia. Il colosso francese dell’energia elettrica di origine nucleare, Areva, è infatti al disastro finanziario e si trova oggetto di un faticoso salvataggio.
L’energia nucleare avrebbe dovuto costituire il fiore all’occhiello dell’esportazione francese di tecnologia ma, nonostante alcuni grossi affari in Asia, il settore continua a soffrire e non porta vantaggi significativi alla bilancia commerciale francese, che nel 2017 ha chiuso con ulteriore aggravio del già annoso deficit.
Per una Francia in queste condizioni, abituata a fare colonialismo al di sopra dei propri mezzi, anche un’Italia malridotta come l’attuale può costituire un pericoloso concorrente. La Francia è debole e viene sempre più percepita come tale, cosa che rende il quadro europeo ed internazionale molto più instabile. Resta da vedere poi se ci sarà qualche altro Paese (il terzo incomodo) che correrà in “soccorso” di Salvini per sbarcare in Libia giusto ad ora di pranzo.

deca



aspeniainternal
Rifiuti dalla miniera di uranio di Arlit, in Niger
“Dopo cinquant’anni di sfruttamento, non abbiamo ancora capito se l’uranio sia una benedizione o una maledizione per il Niger”. A esprimere quello che negli ultimi anni è diventato un mantra per la popolazione nigerina è Almoustapha Alhacen, presidente di Aghir Inman, associazione locale che dal 2001 si batte per la trasparenza e un’equa ridistribuzione dei proventi dell’industria estrattiva nel paese. La domanda però suona retorica: “Sono convinto che possedere tale ricchezza nel sottosuolo sia la nostra più grande disgrazia” sostiene il Premio Nuclear Free Future 2017, riconoscimento internazionale legato all'International Campaign to Abolish Nuclear weapons (ICAN), Premio Nobel per la Pace 2017.
Il Niger, paese del Sahel che nello scorso decennio ha sempre occupato gli ultimi posti dello Human Development Index (188° su 188 paesi fino al 2016, anno in cui ha ceduto il record negativo alla Repubblica Centrafricana), è il quarto produttore di uranio al mondo. Capofila delle società straniere che estraggono il prezioso minerale è Areva, leader mondiale dell’energia nucleare civile controllata all’80% dallo stato francese, ex-madrepatria coloniale di quasi tutta l’Africa occidentale.
Fin dai primi anni Settanta, Areva ha goduto di concessioni pluridecennali che le hanno valso un sostanziale monopolio sul principale prodotto d’esportazione nigerino. Un bene su cui, negli ultimi anni, diverse altre potenze mondiali come Cina, Corea del Sud, Canada, Brasile, India, Australia e Spagna stanno cominciando ad allungare le mani.
Pur facendo gola a molti, l’uranio è soggetto a straordinarie oscillazioni di prezzo sui mercati mondiali, legate all’altalenante destino dell’energia nucleare. Nei primi anni Duemila il corso dell’uranio è salito alle stelle a seguito di un’ondata di fiducia internazionale verso il nucleare, mentre si è fortemente contratto dopo il disastro di Fukushima del 2011. Se si guarda a quanto successo in Niger in questi due periodi ci si accorge di quanto la politica interna sia determinata dall’industria estrattiva.
Vent’anni fa l’aumento improvviso dei guadagni legati allo sfruttamento dell’uranio ha riacceso le istanze indipendentiste dei tuareg nella regione settentrionale del paese, quella cioè in cui si trovano i giacimenti. L’effetto destabilizzante della ribellione nordista ha causato un colpo di stato militare che ha deposto l’ex presidente Mamadou Tandja, politico che aveva provato a rimettere in discussione il controllo francese sulla materia prima. Il suo successore Mahamdou Issoufou, salito al potere nel 2011 e tutt’ora in carica, si è dapprima appoggiato all’élite economica nazionale che gestisce insieme alle compagnie francesi l’industria estrattiva, per poi rivolgersi verso la classe mercantile (e trafficante) del paese. Il crollo del prezzo dell’uranio, infatti, ha indebolito le alleanze interne al governo costringendo Issoufou a un disperato tentativo di diversificazione economica e politica. Secondo molti analisti tali cambiamenti stanno estenuando il Niger, che resta contratto fra poteri economici locali e internazionali da cui è difficile emanciparsi. Guardare alla recenti ridefinizioni interne aiuta a comprendere il profondo rischio di un’esclusiva dipendenza da un’unica risorsa naturale tanto volatile.
Nella zona settentrionale semidesertica del Niger, dove il metallo radioattivo è stato scoperto dai francesi nel 1957, sono dislocati quattro siti d’estrazione. Nei pressi di Arlit e Akokan, cittadine della regione nordorientale di Agadez, due delle più grandi miniere d’uranio al mondo da sole garantiscono oltre il 30% del fabbisogno delle centrali nucleari francesi. Gestiti rispettivamente da SOMAIR (Societé minière de l’Aïr, controllata al 63.6% da Areva e al 36.4% dall’Ufficio nazionale delle risorse minerarie del Niger, l’ONAREM, attraverso la SOPAMIN, compagnia mineraria nazionale) e da COMINAK (Compagnie Minière d’Akouta posseduta per il 34% da Areva, il 31% dal Niger, il 25% dalla giapponese Overseas Uranium Resources Development Co. e il 10% dalla spagnola Enusa SA), questi siti nel 2014 sono stati al centro di aspri negoziati fra il governo del Niger e Areva. Dopo mesi di discussioni e pressioni, il 26 maggio 2014 l’azienda francese, i cui permessi erano scaduti a fine 2013, è riuscita a strappare un accordo di sfruttamento dell’uranio per altri cinque anni.
Tale contrattazione, tenuta in parte segreta, è stata criticata dalla società civile nigerina che non smette di denunciare i gravi danni ambientali e sanitari subiti dagli abitanti della regione di Agadez insieme agli scarsi benefici ottenuti dal paese. “Lo sfruttamento dell’uranio illumina una lampadina su tre in Francia, mentre in Niger oltre l’80% della popolazione non ha accesso alla corrente elettrica” è uno degli argomenti più utilizzati dalle organizzazioni che si battono per i diritti delle popolazioni del nord.
Alle due “storiche” miniere di Arlit e Akokan se ne aggiungono altre due, di più recente costruzione ma sostanzialmente improduttive: quella di Imouraren (su cui le intenzioni di Areva, che ne detiene il controllo, restano da anni poco chiare), e il sito di Azelik, concessione ottenuta nel 2007 dalla joint venture SOMINA, società a maggioranza cinese (con un 33% destinato al governo nigerino e una parte più esigua alla Corea), che ha scalfito il monopolio francese nel settore. La miniera di Azelik è diventata produttiva alla fine del 2010, ma è stata ufficialmente chiusa qualche mese fa “per ristrutturazione” in attesa di sviluppi più positivi del prezzo mondiale dell’uranio.
Il contenzioso del 2014 fra Niamey e Parigi verteva soprattutto sull’applicazione del codice minerario nigerino del 2006 (fino ad ora Areva seguiva le condizioni di una legge del 1993) e l’aumento delle tasse da versare al Tesoro pubblico dal precedente 5,5% al 12% “potenziale”, cioè dipendente dalla produzione effettiva. Nonostante la promessa di Areva (solo in parte mantenuta) di contribuire con 90 milioni di euro alla manutenzione della cosiddetta “strada dell’uranio”, quella che collega la città di Tahoua ad Arlit, le autorità locali della regione di continuano a lamentare il versamento di scarsi dividendi dello sfruttamento del minerale a beneficio delle popolazioni del nord.
Il governo di Issoufou, sordo alle richieste locali, viene anche accusato dai suoi oppositori di appropriazione illecita di buona parte dei proventi dell’uranio destinati alle casse dello stato. Recenti rivelazioni pubblicate dal quotidiano nigerino Le Courrier hanno fatto emergere un versamento sospetto di 300 milioni di euro su un conto a Dubai che ha spinto la giustizia francese ad aprire un’inchiesta. Il cosiddetto “Uraniumgate”, insieme alla recente decisione presa dal governo nigerino di uscire dall’Iniziativa per la trasparenza delle industrie estrattive (ITIE), organizzazione internazionale che ad ottobre aveva sanzionato il Paese, rischiano di essere pericolosi in un clima politico già surriscaldato e instabile.
Il caso dell’”oro nero del Niger” appare oggi come uno degli esempi più lampanti dell’attitudine neocoloniale delle potenze occidentali che, grazie alla connivenza di corrotti governi locali, impoverisce paesi ricchi di risorse naturali. I giacimenti di uranio, petrolio, gas naturale, oro, diamanti e altri metalli preziosi, se fossero gestiti meglio dalla classe politica africana, potrebbero rappresentare la base economica per un reale e più equo sviluppo del continente.

deca

domenica 22 luglio 2018

I FALSI DEL POLITICAMENTE SCORRETTO


I FALSI DEL POLITICAMENTE SCORRETTO SULLE ONG
Di comidad

Il modello di narrazione del politicorretto ha ormai disgustato un’opinione pubblica che v' identifica un modello comunicativo a carattere fiabesco ed edificante, privo di agganci con la realtà e con le istanze popolari. Ciò finisce indirettamente per accreditare il modello comunicativo opposto, quello del politicamente scorretto, a cui si rischia di riconoscere sempre di più una presunta aderenza ai dati reali.
Oggi la casa madre del politicamente scorretto è Washington, perciò è ancora una volta dagli USA che partono i dettami della nuova narrazione.
Di recente uno degli alfieri del politicamente scorretto Made in Usa, l’economista Edward Luttwak, ha tracciato in un’intervista radiofonica le linee narrative ufficiali per ciò che riguarda le ONG. Secondo Luttwak si tratterebbe non di “Organizzazioni Non Governative”, bensì di “Organizzazioni Non Controllate”, orde di scalmanati figli di papà che usano avventuristicamente il pianeta come palcoscenico del proprio buonismo, magari per non affrontare i problemi di casa loro.
Questa narrazione è anche più falsa di quella del politicamente corretto. Anzitutto a finanziare le ONG non c’è soltanto György Schwartz [George Soros] ma anche fondazioni legate all’establishment repubblicano, come la Rockefeller Foundation. Se si consulta il sito “Funds for NGOs” si scopre inoltre che a finanziare le ONG sono praticamente tutte le fondazioni legate alle grandi multinazionali, da Nike a Monsanto.
L’interesse delle multinazionali per le ONG non è semplicemente di dare di sé un’immagine “buonista”, ma soprattutto di promuovere quel processo di “inclusione finanziaria” delle masse povere di cui le ONG sono le principali agenzie sul campo.
Lo scopo è di sviluppare un modello di piccola impresa sottocapitalizzata e cronicamente indebitata che si specializzi nella concorrenza al ribasso.
Un microcredito aperto anche ai lavoratori consente di produrre con salari ancora più bassi. Agli imprenditori ed agli operai che rimangono ciclicamente sul lastrico a causa del continuo ingresso sul mercato di piccole imprese che producono a costi sempre più bassi, per sperare di ripagare i debiti resta solo la via della migrazione. E sono previsti prestiti anche per favorire la possibilità di migrare.

Ma questo è ancora niente. Nel capitalismo reale il finanziamento privato è sempre un elemento collaterale e non esiste fenomeno di rilevanza economica che non abbia la sua matrice nel denaro pubblico. Nessuno perciò si sorprenderà molto nello scoprire che tra i principali finanziatori delle ONG vi sia la Commissione €uropea.
Nel Consiglio Europeo da cui è sortito l’accordo che il governo Conte ha presentato come un proprio successo, questo dato, stranamente, non è emerso. Eppure l’informazione è contenuta nel sito della stessa Commissione €uropea. La questione dei flussi finanziari che alimentano le partenze dall’Africa deve rimanere un tabù sia a livello politico che mediatico.
Ma, quanto ad entità di finanziamenti alle ONG, la Commissione €uropea non può neanche lontanamente competere con il Dipartimento di Stato USA.
L’agenzia USAID costituisce infatti il principale collettore di finanziamenti per le ONG e questa agenzia dipende direttamente dal Dipartimento di Stato. Ovviamente ce lo dice il sito dell’USAID.

Queste sarebbero dunque le organizzazioni che Luttwak definisce come “non controllate”. A quanto pare secondo l’economista Luttwak il denaro non sarebbe in grado di controllare nulla.
In realtà Luttwak sa benissimo come stanno le cose e le sue dichiarazioni hanno lo scopo di cavalcare il malcontento popolare contro le ONG per sviarlo verso il falso bersaglio del “buonismo”.
Nel gioco delle parti tra politicamente corretto e politicamente scorretto c’è chi alternativamente trionfa o soccombe sui palchi della comunicazione ma, per quanto riguarda il grado di aderenza ai fatti, la somma del gioco è sempre uguale a zero.

deca