domenica 1 settembre 2019

INTRODUZIONE A NOOMACHÌA ( no ilici - sì psichici )

INTRODUZIONE A NOOMACHÌA

LEZIONE 1

NOOLOGIA : LA DISCIPLINA FILOSOFICA

DELLE STRUTTURE DELL’INTELLETTO




Aleksandr Gel'evič Dugin - Александр Дугин

Aleksandr Gel'evič Dugin (in russo: Александр Гельевич Дугин; Mosca, 7 gennaio 1962) è un politologo e filosofo russo.
Dugin sviluppa il pensiero di Martin Heidegger, specialmente il concetto geofilosofico del Dasein, come centro mondificante al contempo universale e particolare, uno e molteplice, coniugandolo con il pensiero della scuola tradizionalista, ossia René Guénon e Julius Evola.
Dugin ha svolto un ruolo essenziale nella filosofia della Russia dopo la caduta del Muro di Berlino, traducendo e contestualizzando i succitati autori. Il testo più importante di Dugin, sintesi del suo pensiero, è La quarta teoria politica (pubblicato in inglese come The Fourth Political Theory).

Quella che segue è la prima di dieci lezioni tenute dal Professor Aleksandr Dugin a Belgrado (marzo 2018) nell’ambito della scuola di geopolitica serba e dedicate all’introduzione al progetto Noomachìa. Trascrizione e traduzione a cura di Donato Mancuso --

Noomachìa è un progetto fondato su un peculiare approccio filosofico-metafisico: la Noologia

1. Noologia come scienza della molteplicità del pensiero umano

Il termine Noologia designa una nuova disciplina filosofica. Noologia è un neologismo derivante da due termini greci: νοῦς (“nous”) e λόγος (“logos”). Logos indica la parola, il discorso o l’indagine. Quindi, la Noologia è la disciplina che studia il Nous.
Ma cos’è il Nous?
Lo si può tradurre con mente o intelletto, o ancora coscienza. Un qualcosa che giace nelle profondità della mente umana. Sorge dunque spontanea la domanda: cosa si intende per umano?
L’uomo è un essere che si differenzia da ogni altro nel mondo per una sola cosa: il pensiero. Ogni altra qualità è condivisa con gli altri esseri viventi, ma il pensiero costituisce un’esclusiva dell’essere umano, il quale può essere quindi definito come una creatura pensante o essere pensante.
Di conseguenza, il pensiero è per definizione umano. Tutti i viventi hanno un corpo e diverse istanze ad esso correlate (tutti proviamo dolore fisico, piacere fisico, e così via), ma nessuna creatura eccetto noi nel mondo vivente dispone di un intelletto ed è in grado di pensare. Il pensiero o Nous, allora, costituisce l’essenza dell’uomo.
Tutti gli altri aspetti della vita sono comuni all’uomo quanto alle altre creature ma il pensiero, l’intelletto, è un aspetto unico dell’uomo ed è ciò che ci rende umani. Essere un umano significa essere una creatura pensante. Così, il Nous è la radice più profonda dell’essere umano, dell’umanità. Noi siamo umani perché vi è in noi il Nous.
Quindi indagare sul Nous – Noologia – significa esplorare non un tipo di oggetto alienato ma noi stessi. Riflettere sul Nous significa riflettere su noi stessi, sulla nostra più profonda natura. Non si tratta di qualcosa di astratto, bensì di una sorta di introspezione volta a conoscere le più remote profondità del nostro essere, l’essenza dell’uomo.
Possiamo presentare l’essere umano sotto diversi punti di vista. La Noologia presenta l’uomo dal punto di vista della sua essenza. Si tratta in definitiva dello studio del pensiero propriamente detto.
La Noologia costituisce anche la base filosofica del multipolarismo poiché l’idea sottostante la Noologia è che non esiste un solo tipo di intelletto comune a tutta l’umanità, un solo pensiero universale, ma ve ne sono diversi. Quando cerchiamo di studiare accuratamente il Nous, l’intelletto, il pensiero, scopriamo quanto il processo del pensiero dipenda dalla cultura.
Se ci si muove nel contesto di una determinata cultura, si pensa in un modo. Se si appartiene ad un’altra cultura, ad un altro gruppo etnico, ad un’altra religione, ad un’altra generazione, si pensa in un modo completamente differente, pur essendo sempre un essere umano (serbo, russo, francese, inglese, cinese, africano, e così via). L’appartenenza a differenti culture, differenti spazi  e differenti epoche, fa sì che si pensi in modo diverso.
Così, se vogliamo studiare il nous dobbiamo tener conto di queste differenze. Senza prendere in considerazione queste ultime, non potremo mai giungere all’essenza del Nous.
Se ad esempio noi russi presumessimo che il nostro modo di pensare sia comune a tutti e che basti studiare il nostro pensiero per giungere all’essenza del Nous, saremmo in errore: in questo modo conosceremmo solo una parte del tutto giacché i croati, gli albanesi, gli inglesi, i francesi, i cinesi, gli africani, i musulmani e così via, pensano in modo differente, non solo in merito ad aspetti secondari ma in relazione alla natura stessa dell’uomo.
Si tratta di diversi modi di pensare la vita, la morte, la famiglia, il sesso, la storia, il tempo, lo spazio, la realtà divina così come quella terrena, ogni cosa.
La Noologia rappresenta dunque una sorta di fenomenologia dell’intelletto. In altri termini, noi non prescriviamo come o cosa il Nous dovrebbe essere; cerchiamo al contrario di esplorare e di vedere come esso è, come il pensiero opera e si presenta nei diversi contesti. Questo riconoscimento delle differenze senza alcuna prescrizione normativa su come l’uomo dovrebbe normalmente pensare costituisce la peculiarità della Noologia.
Il nostro approccio non implica un’omogeneizzazione, un’imposizione di qualcosa come universale ma consiste nel comprendere al meglio, il più approfonditamente possibile, le differenze.
Proprio per questo, la Noologia è dedita allo studio non della cultura ma delle culture concrete: la maggior parte dei miei libri costituenti il progetto Noomachìa è dunque dedicata alle diverse forme culturali, dal Logos francese al Logos inglese, dal Logos esteuropeo al Logos russo, dal Logos americano al Logos cinese, iraniano e così via.
Solo studiando le diverse culture, ricavandone la quintessenza, possiamo giungere ad una visione del pensiero umano che sia completa, e non parziale come quando si presuppone che l’essere umano debba conformarsi al modello dell’uomo moderno, europeo, bianco, materialista e liberale. Quest’ultimo è l’espressione tangibile della civiltà europea anglosassone.
Ma questa è una realtà delimitata nello spazio e nel tempo; essa non è universale, rappresenta solo il modo anglosassone di sviluppare la propria storia. Se ci spostiamo nell’Europa orientale, nel mondo slavo, russo, cinese o islamico scopriamo che gli uomini non seguono lo stesso percorso è che ognuno segue una strada differente, la propria.
L’essenza della Noologia è il riconoscimento della pluralità delle culture. Pluralità significa che non vi è solo un percorso di sviluppo universale e normativo del pensiero.
Vi sono differenti manifestazioni del Nous, così diverse e così particolari che occorre studiare attentamente ciascun caso specifico – serbo, russo, tedesco, francese, ecc. – non per creare una gerarchia tra casi più o meno sviluppati ma per arrivare ad una comprensione profonda di come ciascuno pensa nei differenti contesti, comprensione volta al raggiungimento di una conoscenza totale del Nous.

2. Noologia come analisi multilivello

La Noologia, lo studio del Nous, si fonda su un’analisi multilivello. Nella Noologia adoperiamo concetti afferenti alla:
• filosofia, la quale rappresenta lo specchio del pensiero. Nella filosofia tutto è in contatto, tutto è presente simultaneamente e leggendo la storia della filosofia noi leggiamo la storia dell’umanità poiché pensare significa essere umano e i filosofi dedicano tutta la loro vita al pensiero, cioè all’essenza dell’uomo, al suo obiettivo principale;
• storia delle religioni, anch’essa molto importante per la Noologia dal momento che la religione si basa sulle premesse del pensiero. Senza conoscere le differenti religioni non potremmo comprendere la Noologia in quanto la religione è anch’essa lo specchio del pensiero: in essa proiettiamo le nostre concezioni della realtà divina, della ragione per cui siamo stati creati, della fonte della creazione, degli dèi, del tempo e molto altro ancora, e tutto ciò riflette la struttura stessa del Nous;
• geopolitica, la quale rappresenta la concretizzazione delle civiltà, una sorta di loro generalizzazione. Se ignoriamo la posizione geopolitica di un filosofo, non potremmo comprendere davvero cosa egli intenda dire poiché noi veniamo definiti non solo da tradizioni filosofiche e religiose ma anche dalla nostra posizione nel mondo.
Il nostro modo di pensare dipende dalla nostra posizione geopolitica: chi appartiene ad una civiltà talassica pensa in modo differente da chi appartiene ad una civiltà tellurica; la posizione sulla mappa geopolitica del mondo è allora fondamentale per interpretare realmente il pensiero e ciò rende lo studio di questa disciplina imprescindibile;
• storia del mondo: la conoscenza della storia di tutti i popoli e le culture della terra costituisce un tema centrale per la Noologia;
• sociologia, la disciplina che mostra quanto il modo in cui si presenta il nostro essere sia definito dalla società. Acquisendo contezza di quanto la società e i suoi princìpi sono presenti dentro di noi, scopriremo che la nostra individualità, la nostra originalità è prossima allo zero, è quasi inesistente. Praticamente tutto in noi proviene dalla società, ogni nostra idea: quando diciamo “io sto pensando questo”, in realtà non siamo noi a pensarlo, ma la società attraverso di noi;
• antropologia, in particolare la scuola di antropologia moderna fondata da Franz Boas e Claude Lévi-Strauss. L’antropologia moderna mostra come le tradizioni etniche, le condizioni di vita, la natura e la cultura nonché il rapporto e l’equilibrio tra queste definiscano i valori della società e le differenze che intercorrono tra società diverse.
Tutte le scuole di antropologia del XIX secolo si basano sulla teoria evolutiva, e ciò implica una classificazione tra società sviluppate e società non sviluppate. La scuola di antropologia moderna mostra al contrario che una simile concezione evolutiva della società non ha fondamento: vi sono certamente differenze ma, studiando le società arcaiche, scopriamo che alcune di esse sono più complesse della nostra; esse non possono dunque in alcun modo essere definite sottosviluppate in quanto non rappresentano uno stadio infantile della stessa cultura ma uno stadio più o meno maturo relativo a differenti culture, che dobbiamo studiare molto attentamente senza proiettare le nostre idee e considerazioni su di esse.
Questa è una conquista molto importante dell’antropologia moderna e costituisce uno dei princìpi fondamentali della Noologia e del progetto Noomachìa;
• etnosociologia, la quale mette insieme etnologia e sociologia;
• teoria dell’immaginazione. Consiglio fortemente la lettura dei libri di Carl Gustav Jung, Gaston Bachelard ma soprattutto i libri di Gilbert Durand sulla sociologia dell’immaginazione, che nel prosieguo di questo corso cercherò di spiegare brevemente in cosa consiste (ho conseguito un dottorato su questo). Ciò è estremamente importante; i suoi metodi e i suoi insegnamenti saranno usati nel nostro corso come una specie di base metodologica;
• fenomenologia, la cui legge fondamentale, sviluppata da Edmund Husserl, Martin Heidegger e altri filosofi appartenenti alla stessa linea di pensiero, asserisce che le idee a cui noi pensiamo, così come tutte le qualità di un oggetto, esistono nella nostra mente.
Ciò che l’oggetto è al di là la nostra mente rappresenta qualcosa che possiamo solo supporre ma di cui non vi è evidenza; di più, l’esistenza o la non esistenza di un oggetto o di alcune sue qualità al di fuori della nostra percezione non cambia assolutamente nulla nella nostra relazione con l’oggetto. Le cose sono preseti all’interno della nostra mente e del nostro processo di pensiero: in questo si può riassumere la legge principale della fenomenologia;
• strutturalismo (Ferdinand de Saussure, Lévi-Strauss e altri), altrettanto importante in quanto costituisce un metodo filosofico che spiega tutto l’esistente in termini di strutture.
La struttura è qualcosa di invisibile ma che definisce il significato. Così, la lingua risulta molto più importante del discorso pronunciato in tale lingua. In altri termini, ciò che ci accingiamo a dire – discorsi, giudizi, valutazioni di sorta – è costituito da citazioni del dizionario ed è predefinito dalla struttura della lingua, motivo per cui la sua originalità, a scapito di ciò che potremmo ritenere, è pari a zero giacché si tratta di cose dette e ripetute milioni di volte prima di noi da altri.
Non siamo noi gli autori di ciò che pronunciamo ma è la lingua che parla attraverso di sé, per mezzo della ripetizione della struttura linguistica. Si tratta di un concetto fondamentale dello strutturalismo, un aspetto metodologico molto importante per il progetto Noomachìa.
La Noologia fa uso dell’analisi esistenzialista di Heidegger – di cui consiglio caldamente la lettura –, così come della Quarta Teoria Politica, dei concetti del tradizionalismo cari ai filosofi tradizionalisti appartenenti alla scuola di René Guénon e Julius Evola, dei concetti sviluppati da Bachofen in merito al gender e al matriarcato – in “Mutterrecht und urreligion”, un’opera fondamentale di Bachofen, viene descritto il matriarcato pre-indoeuropeo mediterraneo, argomento molto importante dal momento che lo studio del matriarcato costituisce una parte essenziale della Noologia – e dello strutturalismo di Georges Dumézil e Claude Lévi-Strauss.

3. Il Nous è triplice

Vi sono altri studi disciplinari di questo tipo, non vi è nulla di nuovo in ciò che ho detto finora. Cos’è allora che rende così originale il progetto Noomachìa? Tutte le discipline e i campi di studio menzionati hanno un ruolo ausiliario, sono strumenti che cioè ci aiutano nello studio e nella comprensione. Ciò che rende originale Noomachìa è il concetto in parte nuovo che sta alla base di questo progetto: l’esistenza dei tre Logos.
È mia convinzione che il Nous, l’intelletto, il pensiero, si manifesti in tre forme distinte. Un Nous, dunque, e tre forme principali, con innumerevoli sottodivisioni inglobate in queste tre forme generali del processo del pensiero che io chiamo Logos. Ora non ci interessa capire come si relaziona ciascuno dei tre Logos al Nous; questa è una questione eccessivamente metafisica e non è importante per i nostri scopi. Il punto fondamentale è che il Nous non può manifestarsi senza passare attraverso questi tre Logos.
Non c’è pensiero al di fuori dei tre Logos. I quali, inoltre, possono essere rintracciati in ogni cultura. Questo è il risultato a cui sono giunto nei miei lavori di ricerca.
All’inizio questa era ovviamente solo un’ipotesi, di cui dunque non potevo avere la certezza, ma lo studio di ogni cultura nel mondo, incluse quelle più arcaiche – in Oceania, Africa, India, Sudamerica, Nordamerica e così via – ha confermato questa mia ipotesi. Così, in ogni cultura – sia essa arcaica, moderna o postmoderna, tanto europea quanto non europea – in ogni epoca, in ogni forma di società, noi possiamo rintracciare questi tre Logos.
In differenti proporzioni, in diverse combinazioni – essi possono combinarsi in milioni di modi diversi – ma sono presenti ovunque. Nessuna cultura, nessun popolo, nessuna religione, nessuna regione del globo può affermare di possedere solo uno o due di questi tre Logos. Tutte le cultura possiedono tutti e tre i Logos.
Un altro punto fondamentale è che non esiste, né può esistere, una gerarchia tra culture o popoli poiché i tre Logos si combinano tra loro in modi del tutto specifici e peculiari e il modo in cui lo fanno è proprio a ciascuna cultura. La nostra storia, la nostra identità, l’identità profonda di un popolo appartenente ad una cultura o religione corrisponde precisamente a questa combinazione, ad un particolare equilibrio di questi tre Logos.
E poiché esiste un numero praticamente infinito di combinazioni, di mutamenti nelle proporzioni tra le forme dei tre Logos, il numero di società umane possibili è virtualmente illimitato. Ne consegue l’impossibilità di creare qualsivoglia tipo di gerarchia. Le società arcaiche vedranno la dominazione di uno dei tre Logos, le moderne di un altro, e viceversa, ma in ogni caso non vi è alcuna norma generale o universale.
Questo è un punto di notevole importanza perché ci mostra che nella nostra scienza, nella nostra politica, nella nostra cultura, abbiamo a che fare con un tipo di approccio razzista e colonialista. Noi tendiamo a proiettare il nostro Logos, a considerarlo come qualcosa di universale. Ma lo studio approfondito delle culture ci mostra l’illegittimità di questo modo di procedere.
Il razzismo non è altro che l’idea di fondo per cui il proprio Logos, la propria specifica cultura, sia universale e vada posta a modello per tutti gli altri. I quali, se non sono simili a noi, vengono considerati meno sviluppati. Questo è precisamente il caso della civiltà europea moderna.
Ed è il anche nostro caso, nella misura in cui accettiamo questo approccio razzista verso la storia, il passato, anche verso noi stessi, dichiarando che un caso specifico dovrebbe costituire la norma universale, l’unica modalità di sviluppo, e che tutti dovrebbero conformarsi ad esso e seguirne il percorso di sviluppo.
“C’è solo una cultura, solo un Logos, il nostro”. Questa sorta di ipertrofia di noi stessi costituisce un approccio completamente sbagliato e illegittimo. Sbaglieremmo pensando che riguarda solo il razzismo biologico esplicito; anche il moderno liberalismo, il comunismo e il globalismo sono assolutamente razzisti poiché si fondano sull’universalismo di esperienze storiche che riguardano solo una parte dell’umanità.
Agli occhi dei globalisti, ad esempio, l’uomo africano è solo un uomo in procinto di diventare “bianco”, cioè moderno, capitalista, liberale, europeo, eurocentrico. Non è un rappresentante della propria cultura africana incamminato in uno specifico percorso di sviluppo civilizzazionale, ma un europeo non ancora del tutto sviluppato, che dunque va “tollerato”: l’idea moderna della “tolleranza” deriva proprio dalla considerazione che abbiamo di lui, dal ritenerlo imperfetto, cioè qualcuno sulla strada per essere come noi ma che non lo è ancora, in definitiva un “handicappato”.
Nel far ciò, noi non riconosciamo gli altri come esseri umani come completi e perfetti, benché diversi da noi, ma come esseri inferiori che devono seguire il nostro percorso di sviluppo, che sono costretti a farlo perché non vi è altro percorso possibile, e ciò ci induce ad avere pietà di loro. Tutto ciò è profondamente razzista. C’è un film molto bello di Werner Herzog, “Dove sognano le formiche verdi”, in cui si mostra non solo come i popoli nativi dell’Australia non possano seguire il modello occidentale, ma che costoro non lo desiderino affatto.
Essi seguono il proprio percorso, differente certamente da quello occidentale, e questa è una loro decisione, dettata dalla propria cultura. In questo specifico caso abbiamo a che fare con uno scontro tra la visione razzista anglosassone della storia e la visione aborigena australiana della propria identità.
Oserei dire che questo costituisce l’aspetto etico della Noologia. La Noologia rappresenta una lotta per la dignità umana in ogni società, senza gerarchie o proiezioni universalistiche. Da questo punto di vista, la Noologia costituisce la base di una metafisica anticoloniale.
Molte dottrine che storicamente hanno preteso di essere anticolonialiste, compresi il marxismo e il liberalismo, si sono in realtà basate sulla visione universalistica della storia. Ad esempio, per il marxismo la società africana deve svilupparsi al fine di diventare socialista, ma ciò implica la distruzione del suo modo di essere.
Lo stesso vale per il liberalismo. Liberalismo e comunismo sono razzisti tanto quanto lo è stato l’hitlerismo. Questo è un punto fondamentale della Quarta teoria politica, che indica la necessità di seguire una quarta via superando le tre principali ideologie politiche della modernità. La Noologia costituisce la base metafisica di tutto questo.
Nel trattare gli altri popoli in modo differente da noi, come se fossero “inferiori”, non facciamo altro che proiettare il nostro approccio razzista ponendo in essere un’uguaglianza tra noi e la norma universale, uguaglianza che è illegittima e soprattutto falsa, dietro la quale si cela una pura lotta colonialista per il potere.
Questo è il motivo per cui la Noologia è così importante. Essa costituisce la base filosofica e metafisica del mondo multipolare. E i tre Logos e le loro molteplici combinazioni mostrano le differenze esistenti nelle diverse culture.

4. I tre Logos - λόγος

Ora è giunto il momento di capire quali sono i tre Logos. Qui, è utile richiamare i concetti nicciani di Apollo e Dioniso. Due dèi greci che Nietzsche interpreta non come oggetti di culto o adorazione, bensì come metafore, una sorta di simboli, di figure: non è necessario adorare Apollo per essere apollinei, né bisogna venerare Dioniso e partecipare alle orge in suo onore per essere definiti dionisiaci.
Apollineo e dionisiaco per Nietzsche hanno un significato completamente differente. Essere apollineo significa essere gerarchico, avere un modo logico di comprendere il mondo che rappresenta il modo di pensare appartenente al giorno. Essere dionisiaco significa invece essere irrazionale, avere una comprensione intuitiva del mondo, che rappresenta il modo di pensare della notte.
Nietzsche divide le culture in apollinee e dionisiache. Questa visione è stata mutuata e sviluppata da molti altri autori, tanto da costituire oggigiorno un patrimonio comune negli studi culturali. Anch’io accetto questa divisione, e ritengo si possa affermare che esista un Logos di Apollo e un Logos di Dioniso e che il Nous si esprima dunque attraverso i Logos apollineo o dionisiaco.
Nel tentativo di scoprire di più sul Logos di Dioniso, ho scritto una sorta di prequel a Noomachìa – lo si potrebbe considerare il “volume zero” – intitolato “Alla ricerca del Logos nero”. La mia idea era di considerare la storia della filosofia non dal punto di vista apollineo, che è predominante, ma dal punto di vista del secondo Logos.
Creare, in altri termini, una sorta di contro-storia della filosofia basata su una lettura dionisiaca. Conosciamo perfettamente in cosa consiste la lettura apollinea della storia della filosofia. Essa è per l’appunto la storia della filosofia che noi tutti studiamo. La mia idea era di capire come Dioniso avrebbe considerato le stesse questioni, le stesse categorie, le stesse posizioni e relazioni.
Lavorando a questa ricerca del Logos nero – l’ho chiamato così dal momento che il Logos bianco, chiaro, è quello apollineo: Apollo è luce – e cercando di leggere con gli occhi del Logos nero Hegel, Heidegger, Kant, Platone, Aristotele e così via, lavorando in questo campo di ricerca metafisico, immaginando una storia alternativa della filosofa basata sull’approccio dionisiaco, ho scoperto alcuni fenomeni, molto importanti e basilari per Noomachìa, appartenenti a cultura, religione, filosofia, storia della filosofia, scienza, arte, psicologia umana, che non possono in alcun modo rientrare nel campo del Logos dionisiaco.
Alcuni elementi vi rientrano, ma vi sono nuovi campi che ne rimangono fuori; si tratta di elementi che non possono chiaramente rientrare nel Logos apollineo ma che non possono essere ascritti neanche a quello dionisiaco. La si potrebbe definire una scoperta empirica nel campo della metafisica; vi sono campi concettuali – ad esempio la filosofia di Eraclito o Democrito, la teoria atomistica o le teorie della scienza moderna – che non sono in nessun modo apollinei e che non possono neppure essere definiti dionisiaci.
Nella ricerca del Logos nero, sono quindi giunto alla conclusione che vi è qualcosa al di là di questi due Logos, che ve ne è un terzo. Al di là del Logos dionisiaco si nasconde qualcos’altro. All’ombra di Apollo vi è Dioniso, ma all’ombra di Dioniso vi è dell’altro. L’ho battezzato il Logos di Cibele.
Cibele è il nome di un antichissimo dio anatolico, la Grande Madre degli Hatti, un popolo pre-indoeuropeo del tutto particolare abitante l’antica Anatolia prima degli Ittiti, i quali in seguito hanno fatto propria tale divinità, integrandola nel loro pantheon religioso. Dopo di loro, il culto di Cibele è stato sviluppato anche dalla popolazione indoeuropea dei Frigi, la cui dea principale era appunto la “Grande Madre”.
Il culto della Grande Madre si basava sulla castrazione rituale dell’uomo. I sacerdoti di Cibele venivano castrati diventando eunuchi e questa era parte della grande visione del matriarcato, del regno della Grande Madre, dove il ruolo dell’uomo è completamente differente da quello che conosciamo. Una posizione completamente differente dalla posizione dionisiaca dacché il culto di Dioniso era il centro attrattivo delle baccanti, delle donne, ma anche degli uomini, e in questo caso è l’uomo al centro dell’esistenza umana. Il dionisiaco non è trascendente, è immanente ma centrato sull’uomo, è l’immanenza di un uomo-dio.
La si può definire una forma di presenza immanente della trascendenza. Non si tratta dunque dell’oscurità totale: non è Dioniso il Logos nero. Dioniso è la presenza della luce nell’oscurità. Una sorta di “sole della notte”. L’uomo al centro dell’esistenza ctonica immanente. Il punto maschile nella realtà femminile. Una sorta di raggio di sole che attraversa l’oscurità e giunge al centro dell’oscurità al fine di creare una nuova alba. Questo è il dionisiaco e non può essere identificato con l’oscurità, con il caos tout court.
Le orge, i culti, le cerimonie, tutti gli aspetti legati al dionisiaco non vanno interpretati come un rovesciamento dell’ordine apollineo. Il dionisiaco non è un capovolgimento dell’apollineo, esso piuttosto è l’apollineo che proviene non dal giorno bensì dalla notte. È la luce nell’oscurità. È il sole che cala la sera per poi risorgere il mattino seguente: quando oltrepassa l’istante di mezzanotte, il sole è invisibile, è nascosto, non è presente al centro della notte, però esso esiste; se esso fosse assolutamente assente, non ci sarebbe né l’alba né il mattino. Allo stesso modo, Dioniso non è il sole di giorno (Apollo), né la notte, ma il sole di notte.
Dov’è il sole quando non c’è alcun sole? Dov’è il paradiso quando non c’è traccia del paradiso, dov’è l’elemento virile quando non vi sono uomini, quando vige l’oscurità, la terra, l’immanente, la materia, il principio femminile? Esso è nascosto, ma esiste. Questo è il Logos di Dioniso.
Si tratta di un nuovo tipo di visione, di una visione dinamica, una sorta di equilibrio tra i generi, tra l’immanenza e la trascendenza, tra il cielo e la terra. Dioniso è il paradiso sulla terra, una terra paradisiaca. Il Logos dionisiaco è una combinazione dialettica di opposti. Ma al fine di comprenderlo correttamente, è necessario introdurre un terzo Logos, e questo è un qualcosa che cambia completamente tutti i concetti e le teorie esistenti finora.
Il terzo Logos, che è ciò in cui consiste la mia scoperta, è l’elemento propriamente innovativo e che rappresenta il tratto essenziale della Noologia. Esso è il Logos nero, il Logos di Cibele.
Perché il Logos di Cibele è stato scoperto così tardi? Perché nessuno prima d’ora ha mai parlato di tre Logos? Quando ho iniziato a cercare di comprendere e risolvere questo problema metafisico, ho scoperto una cosa molto interessante: per il Logos dominante di Apollo, questo terzo Logos non può esistere poiché guardando la situazione da un punto di vista puramente apollineo non vi possono essere altri Logos oltre lo stesso Logos di Apollo.
Questo perché il concetto apollineo è esclusivista, puramente maschile e basato su un tipo di uguaglianza tra l’uomo inteso come maschio e l’uomo inteso come umano. Così, essere uomo e essere umano è la stessa cosa e tutto ciò che non rientra in questa definizione non ha il diritto di pretendere di essere Logos. L’unico Logos è Apollo, l’uomo e l’umano. Tutto ciò che non è maschio, non è logico, non appartiene al Logos, non appartiene all’umano e quindi può essere solo una sorta di bestia o di oggetto, non un soggetto; il soggetto può essere solo apollineo.
L’idea nicciana di allargare lo status del Logos conferendo lo status di Logos anche a Dioniso era già rivoluzionaria, in quanto mostrava la possibilità di un approccio diverso al Logos. Con Dioniso scopriamo che non c’è solo l’approccio apollineo ma che ve ne può essere un altro. Tuttavia, insieme l’approccio apollineo e l’approccio dionisiaco non possono lasciare che vi sia un terzo Logos perché entrambi sono metafisicamente maschili. Aperto (Apollo) o nascosto (Dioniso), esclusivo (Apollo) o inclusivo (Dioniso), ma entrambi Logos maschili. Il Logos di Cibele non è maschile.
E dal punto di vista maschile, che è prevalente, non potrebbe essere un Logos, passerebbe quasi sotto traccia, come fosse una sorta di rumore e non un discorso. Dal punto di vista dell’uomo metafisico, ciò che la donna metafisica dice è un rumore, non un discorso.
Qualcosa come il suono della natura, ad esempio. Bellissimo, ma dal punto di vista apollineo, ad esempio platonico – il platonismo è pura filosofia apollinea: le idee sopra tutto, la verticalità, il Padre che è il paradigma o l’esempio eterno, il sole che ne è una sorta di imitazione fenomenologica, la materia che non ha qualità –, al di là del Logos non vi è nulla; oltre il Padre c’è il sole e poi la materia senza qualità, che quindi rappresenta il nulla, l’oscurità, dacché senza qualità non c’è Logos.
Esiste quindi il Logos del Padre che è apollineo, il Logos solare, immanente, che è dionisiaco, e poi null’altro, poiché la tradizione patriarcale non consente che l’altra parte della realtà abbia un Logos. Questo è il motivo per cui il terzo Logos è rimasto finora così nascosto.
Solo iniziando ad applicare un tipo di approccio dionisiaco alla storia della filosofia scopriamo che vi è qualcosa al di sotto di entrambi i Logos, perché l’approccio dionisiaco non corrisponde alla castrazione, al tipo di dissoluzione della Grande Madre. L’idea dionisiaca è il raggiungimento delle profondità dell’ade al fine di risorgere, discendere al fine di ascendere, procedere dall’alto verso il basso al fine di ritornare in alto.
Possiamo considerare il Logos dionisiaco la versione estrema del Logos apollineo, certo completamente differente da quest’ultimo, generatore di strutture completamente differenti, rappresentante un’altra declinazione del Nous. Tuttavia, iniziando ad operare seriamente con il Logos dionisiaco ho scoperto che c’è qualcos’altro e sono giunto alla conclusione che possiamo riconoscerlo come una terza forma del Nous o terzo Logos, segnatamente il Logos di Cibele.
Dopo questa operazione concettuale, avremo finalmente una spiegazione davvero completa di tutte le possibili versioni delle culture, delle filosofie, delle religioni e delle relazioni tra di esse.
Possiamo immaginare che il Nous sia diviso in tre Logos e che ognuno di questi crei uno o più mondi; così, noi possiamo vivere in diversi mondi apollinei, in molteplici mondi dionisiaci o in molti altri mondi cibeliani, dacché non vi è un solo mondo, ma vi è una moltitudine, una molteplicità, una pluralità di mondi apollinei, dionisiaci e cibeliani incastonati uno nell’altro, rappresentanti contenuti così ricchi di cultura, pensiero, arte, storia da potervi scorgere immediatamente il tesoro spirituale della mente umana.

4.1 Il Logos di Apollo

Qual è l’universo di Apollo? Esso corrisponde all’idea che ogni cosa venga creata dall’alto verso il basso, che tutto proviene da un processo discendente. La filosofia platonica è la forma più perfetta per esprimere questo Logos apollineo.
Ogni cultura, che entri in contatto con il platonismo o meno, avrà una sua versione apollinea; l’ho scoperto studiando ad esempio la tradizione arcaica di popolazioni nilo-sahariane prive di alcun collegamento con i greci.
Il Logos di Apollo ovunque rappresenta la stessa idea: vi è il dio-padre che ha creato tutto, il popolo è il figlio del dio-padre, noi discendiamo dal cielo-paradiso e siamo destinati a ritornarvi; non vi è alcuna dimensione terrestre, o meglio, la terra è la linea più bassa di questa discesa che precede l’ascesa.
Il Logos apollineo rappresenta un’attitudine puramente patriarcale. Tutto si basa sulla lotta contro la morte, l’oscurità. Ogni uomo è fatto di luce. Vi è una sorta di gerarchia all’interno della società basata su una linea verticale. Si tratta della visione della società platonica, europea, feudale, tradizionale.
Negli Shilluk, nei Nuer, nei Dinka, tribù dell’Africa nilo-sahariana, o ad esempio in altre popolazioni dell’Africa occidentale, tra le popolazioni europee, abbiamo la stessa visione puramente platonica: gli exemplas sono nelle stelle, e tutto ciò con cui abbiamo a che fare è un riflesso, uno specchio fenomenologico di ciò che avviene tra le stelle.
Il platonismo non consiste solo nelle opere, nei dialoghi di Platone; esso è una forma del Logos apollineo, il quale si presenta in molteplici culture che non hanno contatti diretti con Platone. La tradizione faraonica egizia, ad esempio, si basa ugualmente sul sole proveniente dall’alto, che scende in basso e crea questa sorta di versione piramidale del mondo, una costruzione puramente apollinea che parte dalla base squadrata per arrivare al vertice unitario.
E il fuoco, in greco πῦρ (pŷr), viene presentato in Platone proprio come piramidale, una sorta di fuoco che va verso l’alto. Il fuoco è dunque sacro, la luce è sacra, noi siamo figli della luce; segue il patriarcato, l’assoluta dominazione del principio maschile e la sottomissione del principio femminile, e tutti gli altri elementi apollinei.
In altri termini, il Logos di Apollo non deriva da persone che leggono Platone e applicano i suoi scritti alla propria società; in parte è così, ma non possiamo spiegare ogni società apollinea attraverso la lettura di Platone.
Il Logos apollineo è platonico ma Platone è un riflesso di questo Logos, costituisce una forma eccellente, la più completa in cui tale Logos si esprime, rappresenta in altri termini l’introduzione migliore al Logos apollineo, il quale tuttavia non è una creazione di Platone, è una creazione del Nous. Il platonismo è uno dei modo in cui il Logos apollineo opera nel Nous, si rivela, si manifesta.
Il Logos apollineo, dicevamo, non è una creazione artificiale di una singola mente umana ma del Nous. La nostra mente umana può seguire la linea apollinea, può essere platonica, il platonismo può essere un qualcosa che dall’atto della nascita è presente in noi, se questo Logos domina in noi, nella nostra cultura, nella nostra religione, nel nostro sistema valoriale, se definisce il nostro mondo.
Esso in effetti domina nel nostro mondo tradizionale: noi prestiamo attenzione al cielo più che alla terra, siamo fatti di luce, adoriamo creature alate (angeli o uccelli), i nostri dèi vivono in cielo o in paradiso. Per noi la tradizione è completamente apollinea. Platone è parte di questa cultura.
Praticamente tutta la cultura greca, prima di Platone e dopo Platone, la cultura romana, iranica, indiana, slava, tutte queste tradizioni sono apollinee e per noi è assolutamente chiaro che il mondo è così, che non è possibile nessun altro mondo, poiché noi viviamo nel mondo apollineo, le nostre tradizioni si basano sulla visione apollinea.

4.2 Il Logos di Dioniso

La scoperta del Logos di Dioniso costituisce allora una rivoluzione spirituale e metafisica perché presenta la possibilità di un mondo diverso, con una diversa simmetria e organizzazione, non basata sulla venerazione del trascendente. Nel mondo dionisiaco vediamo questa sacralità nell’immanente.
Si tratta di un mondo, quello dionisiaco, organizzato differentemente, in cui le stesse parole, le stesse figure, gli stessi dèi hanno significati diversi. L’aspetto dionisiaco nella tradizione cristiana è la figura di Gesù Cristo, che è sia Dio che uomo, sia trascendente che immanente, sia eterno (nel mondo apollineo tutto è eterno) che storico (egli ha fatto ingresso nel tempo). Qui non si tratta di opporre la cristianità apollinea al paganesimo dionisiaco; nella stessa tradizione cristiana, per esempio, possiamo rintracciare entrambe le figure: la trascendenza della Trinità (elemento apollineo) e l’immanenza di Gesù Cristo (elemento dionisiaco).
Lo stesso avviene in alte tradizioni; la figura di Dioniso è presente in diverse tradizioni, chiaramente non con lo stesso nome ma con le stesse funzioni, con la stessa liberazione estatica, liberazione dai vincoli della materia, da quest’aspetto ctonico dell’esistenza umana, una sorta di sbalzo antropologico e metafisico dall’umano verso il divino, dalla temporalità nell’eternità (nella nostra tradizione cristiana, l’Eucaristia). Questa è precisamente l’essenza del dionisiaco. Dal tempo in cui ci troviamo con i nostri corpi terreni, entriamo in contatto con l’eternità in cui troviamo il divino.
Quando osserviamo il mondo attraverso il Logos di Dioniso, registriamo un mondo; quando lo vediamo attraverso il Logos di Apollo, abbiamo a che fare con un altro mondo. Vi sono simmetrie diverse, differenti metafisiche. Dioniso è il cerchio centrato sul punto dell’eternità, mentre Apollo è l’eternità stessa, è la legge eterna, la tradizione, qualcosa di invariabile, l’eternità dell’etica, del culto, l’atto di credere nell’eternità che pretende di essere eterno esso stesso, qualcosa di eterno che si trova al di fuori del processo temporale.
Così, nella visione apollinea procediamo dall’eternità per fare ritorno ad essa. Il tempo non ha importanza per la concezione apollinea; l’unico tempo importante per la visione apollinea è quello del ritorno all’eternità, perché il tempo di per sé, seguendo Platone, è un riflesso dell’eternità, quindi l’etica del Logos apollineo è il ritorno dal riflesso al riflettente (l’idea, l’archetipo, il paradigma, l’eterno).
Il mondo definito dal Logos di Apollo si basa su idee corrispondenti a parole che noi usiamo nei nostri discorsi come se la loro essenza fosse esterna. Noi non denominiamo ogni volta cose differenti ma simili con nuovi nomi; per indicare due o più libri simili, usiamo sempre la parola “libro” perché il libro esiste come concetto e si tratta di un concetto eterno – nella nostra religione vi è una sorta di proiezione di questo, vi è la Bibbia come libro eterno, creato e scritto nell’eternità: tutto ciò che è scritto nel libro è eterno, il libro stesso è eterno; così, ogni nome che noi menzioniamo è eterno di per sé.
Questo è il mondo apollineo, e si tratta di un mondo a noi molto familiare, visto che noi pensiamo che il mondo sia apollineo nella nostra educazione tradizionale, siamo stati educati alla cultura apollinea, assumiamo la logica di Aristotele la quale si basa precisamente sulle leggi dell’eternità (i tre princìpi della logica classica: principio di identità, di non contraddizione e del terzo escluso).
Tuttavia, nel mondo che ci circonda non esiste una cosa del genere, tutto è duplice, qualcosa esiste e al contempo non esiste, muore e nasce.
Nella fisica non esiste la logica classica, quella logica che è per noi assolutamente naturale, trascendente, che è l’essenza del Logos apollineo operante all’interno delle nostre menti umane dacché esso opera all’interno della nostra cultura formando il paradigma semantico del nostro pensiero; quella logica per cui A è A, Dio è Dio, la logica che descrive il mondo apollineo, il mondo con cui diamo per scontato di avere a che fare ma che in realtà non esiste. Non vi è alcun punto nell’universo in cui A è A.
Rimanendo all’interno di Aristotele, quando giungiamo ad altre branche della sua descrizione scientifica, scopriamo che per esempio avendo a che fare con la fisica, Aristotele dice che ogni cosa è duplice, possiede forma e materia e questa è una concezione anti-logica, poiché tutto ciò che esiste è unico e al contempo duplice, avendo materia e forma (due cose in una cosa), separando le quali non esisterebbe nulla.
Questa è la fisica aristotelica, corrisponde all’approccio dionisiaco al mondo e non può essere descritta dalla logica bensì dalla retorica poiché si tratta di qualcosa che è unico ma non nel senso logico del termine. Il Logos dionisiaco si manifesta nella capacità di pensare dialetticamente, di concepire una cosa come due cose allo stesso tempo.
Si consideri l’androgino, qualcosa che non corrisponde alla somma di uomo e donna ma che nel Logos dionisiaco preesiste all’esistenza del maschio e della femmina; l’androgino non è il risultato di una combinazione di generi ma la fonte dei generi e non corrisponde al modo di pensare apollineo ma dionisiaco. L’androgino è la figura di Dioniso, esso racchiude in sé due generi prima che questi esistano separatamente.
Si trova al centro tra i due poli, prima che questi esistano singolarmente. Nel mondo apollineo, i due poli esistono separatamente e ciò che si trova tra di essi è secondario e viene definito dai due poli. Nel mondo dionisiaco al contrario, esiste ciò che si trova nel mezzo e le sue proiezioni creano i due poli.
Noi possiamo certamente vivere nel mondo, nella cultura, nella religione afferente all’approccio dionisiaco dialettico – due nature in Gesù Cristo, divina e umana –, qualcosa di irrazionale, un approccio dialettico che crea simmetrie completamente nuove nella religione, nell’arte e nella filosofia.
Questo Logos dionisiaco è naturalmente possibile, ma si presenta più nella mitologia, nella poesia, nella letteratura, nel sacro, nell’arte e nel linguaggio che nella filosofia; si tratta di un linguaggio umanistico, retorico, non logico o matematico (che invece è apollineo), perché le figure retoriche comportano precisamente una violazione delle leggi della logica. Il campo privilegiato del Logos dionisiaco è in altri termini la mitologia più che la filosofia.
Un punto fondamentale è che il Logos dionisiaco non costituisce un Logos inferiore. Per Platone occorre estromettere dello Stato ideale tutti i poeti. Questo rientra nella concezione che l’apollineo ha del dionisiaco; in effetti Apollo concepisce Dioniso come qualcosa ad esso sottostante, incompleto. Lo si potrebbe definire razzismo o etnocentrismo apollineo: Apollo ritiene di essere esso stesso la totalità, l’integro, l’intero, e tutto il resto o è una sua parte o ne rappresenta una sorta di immagine spesso distorta e perversa.
Così, per Platone poesia e mitologia vanno posti al di fuori del proprio Stato filosofico apollineo poiché essi appartengono al mondo di Dioniso e vengono considerati impuri poiché retorici. Essi non hanno posto nella repubblica di Platone, che coincide con la repubblica di Apollo, poiché hanno a che fare non con linee rette ma curve, con combinazioni di elementi strutturati in modi fantastici, con lo spirito creativo dell’arte che è dionisiaco. Naturalmente, anche nell’arte possiamo rintracciare la linea apollinea, ma la maggior parte dell’arte e della poesia è puramente dionisiaca.
Può altresì esistere una filosofia di stile dionisiaco; nella filosofia moderna, la fenomenologia è puramente dionisiaca. Heidegger stesso, ho scoperto studiandolo per molti anni, ha cercato di creare una filosofia dionisiaca, e ci è riuscito in effetti; il suo concetto del Dasein (“being t/here” in inglese) è precisamente dionisiaco, si trova al centro (t/here) tra Apollo (there) e qualcosa di puramente immanente (here). Esso non dovrebbe dunque essere considerato, in ottica apollinea, come una proiezione dell’essere.
L’essere è apollineo, l’esser-ci è dionisiaco. Questa possibilità dionisiaca della filosofia non proviene né dall’alto né dal basso ma dal centro, non da uno dei due poli ma dal mezzo.

4.3 Il Logos di Cibele

Veniamo ora al terzo Logos, il più affascinante. Con i primi due Logos si possono creare due versioni della storia della filosofa, riorganizzando il nostro spazio intellettuale, rimodellando la nostra comprensione della storia della filosofia, e di conseguenza la storia della nostra società e dell’umanità.
Un punto importante della Noologia è che possiamo rintracciare il Logos apollineo e il Logos dionisiaco in ogni cultura umana. Ma essi non sono in relazioni “cordiali” tra loro, perché Apollo pensa in un modo e Dioniso in un Altro. Il primo crea questo mondo caratterizzato da verticalità, da questa simmetria patriarcale e per esempio estromette la poesia dionisiaca; vi è dunque una sorta di lotta tra i due Logos.
Un Nous, due Logos in lotta tra loro. Ecco il perché di “Noomachìa”. Noomachìa è la lotta all’interno del Nous. Ma il culmine della drammaticità si raggiunge quando arriviamo al terzo Logos, al Logos di Cibele.
Un terzo, nuovo Logos corrispondente ad un terzo, nuovo mondo. Creato non dall’alto verso il basso, né dal centro, ma dal basso verso l’alto. Una nuova simmetria. Si tratta di un Logos precluso, negato da entrambi i Logos di Apollo e Dioniso. Il Logos di Cibele è la Grande Madre che crea tutto da sé. È l’assenza di ogni principio maschile al di fuori della Grande Madre. Non c’è alcun dio all’infuori della Grande Madre, non c’è nessuno oltre la Grande Madre, c’è solo la Grande Madre, la Terra, che tutto crea a partire da sé stessa e tutto uccide.
Perché essa è allo stesso tempo la culla e la tomba. Non ci sono due punti della vita, nascita e morte, c’è un solo e unico punto di nascita e morte; non c’è ad esempio un dio della morte e un dio della vita, c’è solo un dio, una sola Madre che crea e uccide, dà e toglie la vita. Essa crea il figlio, il principio maschile, da sé e senza il Padre; essa lo usa come un amante, quindi lo castra e lo uccide.
Questo è il mito di Cibele. Tale mito viene spiegato in moltissime forme, in molti culti, in molti credi, ma vi è un tipo di filosofia dietro molto profonda e interessante. In questa non vi è affatto trascendenza, non c’è posto per il cielo. Il cielo è una sorta di riflesso della terra. Ogni forma di paradiso è un riflesso della materia stessa.
Qui abbiamo a che fare con un’immanenza assolutamente materialistica, diversa dall’immanenza di Dioniso che al contrario è spiritualistica, dacché Dioniso è il centro tra spirito e materia, non dato dalla somma di questi due poli ma preesistente ad essi.
Il Logos di Cibele è l’idea che la Grande Madre crea e uccide tutto. Non è l’eternità (Apollo) o il cerchio (Dioniso), ma qualcosa che agisce a suo modo con cieco e assoluto potere. Una forma di progresso: la crescita dal basso verso l’alto. In ottica apollinea, Cibele conduce la battaglia titanica delle forze ctoniche contro il cielo e il regno del Logos maschile di Apollo.
Il Logos cibeliano è la creazione di un nuovo mondo che è titanico, ctonico e in un certo senso femminista, non perché ci sia uguaglianza tra uomo e donna – idea molto più dionisiaca – ma perché vi è l’assoluta dominazione della Madre su tutto il resto.
Avviandoci alla conclusione di questa prima lezione, vorrei rimarcare un punto importante. I tre Logos che ho illustrato si trovano in un conflitto assoluto. Essi creano mondi, sistemi, società, culture, religioni, culti, relazioni, valori, sistemi politici basati su approcci completamente differenti e che sono in conflitto tra loro.
Questa è Noomachìa. Vi è già una forma di contraddizione tra Apollo è Dioniso. Ma tra Cibele e Apollo le contraddizioni raggiungono il punto più alto in quanto si pone in essere una seria titanomachìa o gigantomachìa tra due visioni contrapposte. Due Logos in lotta. Il senso titanico, ctonico di Cibele cerca di assediare il cielo mentre gli dèi apollinei cercano di difenderlo.
Dal punto di vista filosofico, quelle di Democrito e di Epicuro sono filosofie puramente cibeliane; non solo, anche la nostra scienza moderna europea – questo è il punto più importante! –  è puramente cibeliana. Si tratta di una sorta di vendetta del Logos di Cibele dopo i migliaia di anni di dominazione di Apollo e di Dioniso. Noi stiamo vivendo in un’escatologia cibeliana. Se mettiamo per un attimo da parte la nostra tradizione spirituale, culturale, religiosa, etica, e consideriamo la nostra visione scientifica, notiamo che si tratta di una visione puramente atomistica, materialistica, progressista e basata sulla simmetria dal basso verso l’alto.
Cibele non appartiene ad epoche arcaiche, il Logos di Cibele è qualcosa con cui abbiamo a che fare ogni giorno. Oggigiorno, viviamo in una situazione sempre più schizofrenica in cui la nostra cultura e la nostra tradizione sono apollinee e dionisiache, mentre la nostra scienza, la nostra politica, la nostra tecnologia è cibeliana. Stiamo vivendo l’attacco finale di Cibele, della Grande Madre risorta, con il femminismo, l’intelligenza artificiale, la globalizzazione, la democrazia, il liberalismo, e così via.
Si tratta dell’attacco definitivo dei titani della società cibeliana al fine di purificare la Modernità dai resti della Tradizione, della cultura indoeuropea, in definitiva del Logos apollineo, instaurando il “governo mondiale” retto dei titani rappresentanti la Grande Madre. Ciò ovviamente non toglie che possiamo rintracciare questa visione del mondo cibeliana in epoche antiche, sia nella nostra civiltà che in altre civiltà.
Si presti però attenzione al fatto che non esiste una “civiltà cibeliana” dacché in ogni civiltà possiamo rintracciare tutti e tre i Logos, ovunque in lotta tra loro. Noi viviamo all’interno di questa Noomachìa, che non è qualcosa di puramente teoretico ma si manifesta nella nostra politica, nella nostra cultura, nella nostra scienza, nella nostra identità.

Conclusione

In conclusione, nella Noologia noi non osserviamo il mondo attraverso uno di questi tre Logos. Se osservassimo il mondo attraverso Apollo, dovremmo dedurre che esiste un solo Logos e che tutto il resto è perversione; nella Noologia invece non parteggiamo per un Logos particolare, ci limitiamo a studiare la situazione, a comprendere i tre Logos – riconoscendo a tutti il diritto di esistere – e il loro conflitto nel Nous.
Attraverso questo processo noologico, saremo in grado di interpretare tutto ciò che avviene nel mondo, nella cultura, nella politica, e così via.
Il principio principale di Noomachìa è il seguente: tre Logos sono in un conflitto insolubile. Combattono tra loro per la forma del Nous che dovrebbe dominare la cultura. La lotta dei tre Logos è la chiave per comprendere la struttura interna della cultura, della civiltà e dell’identità della società.
E ci fornisce la spiegazione delle relazioni interetniche interculturali. Noomachìa spiega tutto ciò che è umano e spiega come l’uomo spiega ciò che non è umano.
Quelli che abbiamo fin qui enunciato costituiscono i principi fondamentali di Noomachìa come base metafisica del mondo multipolare.
deca  paradigma

sabato 3 agosto 2019

SU MARTE LA TERRA è + VERDE DI VENT'ANNI FA .......

Notizie da un altro pianeta: il rimboschimento di Cina e India


di Pierluigi Fagan

La NASA ha pubblicato su Nature uno studio incredibile. Tramite osservazione satellitare, si sono accorti che il pianeta Terra è più verde di venti anni fa. Se ne sono accorti dopo un po’ dall’inizio del monitoraggio appunto venti anni fa, ed avevano pensato che questa ripresa del verde planetario fosse un prodotto inaspettato dell’esubero di CO2, una sorta di effetto benefico collaterale all’effetto ritenuto malefico dell’eccesso di emissioni, una applicazione della logica Zichichi, un maitre à penser che ultimamente ha molto seguito qui da noi.

Col tempo però, comparando le rilevazioni su mappe, hanno scoperto che tutto il rinverdimento planetario era concentrato in due zone di questo strano altro pianeta, le zone dette “Cina” ed “India”. Caramba, che sorpresa! Hanno poi scoperto che gli abitanti di questo strano altro mondo, i cinesi, usano quello che chiamano “Esercito Popolare” per piantare alberi che contrastino l’avanzata dei deserti interni ed anzi, pare che questi strani esseri si siano messi in testa di rubare spazio al deserto stesso, piantando alberi a ripetizione.

Un esercito di vangatori, che buffa idea, no? Mettete dei fiori nei vostri cannoni, diceva una antica canzone … . Si sono anche detti sorpresi del fatto che, alla stessa NASA, avevano letto i giornali che mostravano quanto pazzi fossero questi cinesi che si auto-soffocavano con l’emissione di CO2 a causa della dissennata idea di far avanzare il loro sviluppo.
Ma allora non erano così pazzi se il satellite dotato addirittura di un Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer, o Modis (un po’ di auto-pubblicità su gli effetti meravigliosi degli investimenti in tecnologia ci vuole sempre, no?), mostrava questa massiccia avanzata del bosco cinese.

Quanto a quegli altri alieni degli indiani, alla NASA hanno scoperto che a furia di fare figli che chiedevano di mangiare, si sono messi a coltivare sempre più spazio con culture multiple.

Insomma, i bizzarri indiani continuando pervicacemente a volersi nutrire con i vegetali, con l’agricoltura invece che le manipolazioni molecolari driven by biotecnologie di società quotate in borsa (creazione di valore dogma centrale della nostra forma di civiltà avanzata), piantano cose che poi crescono aumentando il verde. Che buffo, no?
Certo, che i cinesi siano strani visto che si ostinano a definirsi addirittura "comunisti", si sa, ma gli indiani sarebbero pure "democratici". Cose dell'altro mondo ...

E dire che invece, qui nel nostro pianeta, il nostro campione del nuovo Sud America liberato dalla presa dell’illiberismo chavista-lulista, Bolsonaro, il verde lo sta eliminando. Mah, comunque in quell’altro strano pianeta del quale non avremmo notizie senza l’occhio vigile della NASA, anche gli etiopi stanno piantando alberelli, 350 milioni per la precisione in meno di dodici ore, giusto ieri. Su quell'altro pianeta sottosviluppato, deve esserci una strana epidemia di ragion pratica ...

Mano umana (nome della strana specie che abita questo altro pianeta di esseri strani), non mano invisibile. La mano invisibile il verde lo distrugge per creare valore salvo poi mandare ragazzine con l’aria truce in giro per le grandi assemblee dei potenti a far da coscienza infelice che ammonisce.
Qui da noi, allora, si scrivono corposi libri sull’Antropocene, usando carta che è presa dagli alberi che Bolsonaro sta buttando giù. Lì invece nell’altro pianeta, non scrivono libri ma prendono zappe e vanghe e piantano semi.

Chissà, magari invece che lo scontro delle civiltà e la guerra dei mondi, ci converrebbe copiare questi alieni animati da una ragione strumentale così diversa dalla nostra? Chissà, forse è una fake news della sezione orientalista della NASA …

["Richiede una mente davvero insolita intraprendere l'analisi dell'ovvio" A. N. Whitehead]

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