martedì 2 luglio 2019

I FRATELLI MUSSULMANI in quanto assassini complementari dell’MI6 e della CIA






I Fratelli Mussulmani in quanto assassini

La pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, “Sotto i nostri occhi”. In questo episodio l’autore narra la creazione di una società segreta egiziana, i Fratelli Mussulmani, nonché la rifondazione fattane dai servizi segreti britannici dopo la seconda guerra mondiale. Poi ci racconta come l’MI6 abbia usato i Fratelli Mussulmani per compiere assassinii politici in Egitto, ex colonia della Corona.

| Damasco (Siria)
Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi. - Si veda l’indice.
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Hasan al-Banna, fondatore della società segreta dei Fratelli Mussulmani. Si hanno scarse notizie sulla sua famiglia; si sa solo che erano orologiai, mestiere in Egitto riservato alla comunità ebraica.

Le “Primavere arabe” vissute dai Fratelli musulmani

Nel 1951 i servizi segreti anglosassoni costituiscono, a partire dall’antica organizzazione omonima, una società politica segreta: i Fratelli musulmani, usati a più riprese per assassinare figure che si oppongono e poi, dal 1979, come mercenari contro i sovietici. Nei primi anni novanta sono integrati nella NATO e nel 2010 si tenta di metterli al potere nei paesi arabi. I Fratelli musulmani e l’ordine sufita della Naqshbandiyya sono finanziati – con almeno 80 miliardi di dollari l’anno – dalla famiglia regnante saudita, cosa che lo rende uno degli eserciti più importanti al mondo. Tutti i capi jihadisti, compresi quelli dell’ISIS, appartengono a questo apparato militare.

I Fratelli musulmani d’Egitto

Durante la prima guerra mondiale scompaiono quattro imperi: il Reich tedesco, l’Impero austro-ungarico, la Santa Russia zarista e la Sublime porta ottomana. I vincitori, del tutto privi del senso della misura, impongono ai vinti le loro condizioni. Così, in Europa, il Trattato di Versailles sancisce condizioni inaccettabili per la Germania, considerata l’unica colpevole del conflitto. In Oriente, lo smembramento del Califfato ottomano è destinato a originare conflitti: alla Conferenza di San Remo (1920), in base all’accordo segreto Sykes-Picot (1916), il Regno Unito è autorizzato a stabilire la patria ebraica della Palestina, mentre la Francia può colonizzare la Siria (che all’epoca comprendeva l’attuale Libano). Tuttavia, in ciò che resta dell’Impero ottomano, Mustafa Kemal Atatürk si ribella sia contro il Sultano che ha perso la guerra, sia contro gli occidentali che occupano il suo paese. Alla Conferenza di Sèvres (1920) il Califfato viene diviso, con la conseguente creazione di ogni genere di nuovo Stato, tra cui il Kurdistan. Ma la popolazione turco-mongola della Tracia e dell’Anatolia insorge, mettendo Kemal al potere. Alla fine, la Conferenza di Losanna (1923) traccia i confini odierni rinunciando al Kurdistan, organizzando l’esodo dei popoli e provocando così più di mezzo milione di morti.
Ma proprio come in Germania Adolf Hitler mette in discussione il destino del suo paese, in Medio Oriente un uomo si oppone alla nuova divisione della regione. Un insegnante egiziano fonda un movimento per ripristinare il Califfato che gli occidentali hanno sconfitto e smembrato. Quest’uomo è Hasan al-Banna, l’organizzazione i Fratelli musulmani (1928).
Il Califfo, in linea di principio, è il successore del Profeta cui tutti devono obbedire; un titolo molto ambito. Si succedono diversi importanti lignaggi di califfi: Omayyadi, Abbasidi, Fatimidi e Ottomani. Il futuro Califfo dovrà essere colui che conquisterà tale titolo, in questo caso la “Guida suprema” della Fratellanza che s’immagina padrone del mondo musulmano.
La società segreta si diffonde in fretta, proponendosi di lavorare dall’interno per ripristinare le istituzioni islamiche. Gli adepti devono giurare fedeltà al fondatore sul Corano e su una spada o una pistola. L’obiettivo della Fratellanza è puramente politico, benché espresso in termini religiosi. Né Hasan al-Banna, né i suoi successori si riferiranno mai all’Islam come una religione o evocheranno la spiritualità musulmana. Per loro l’Islam è solo un dogma, una sottomissione a Dio e un modo per esercitare il potere. Ma evidentemente gli egiziani che appoggiano la Fratellanza non la percepiscono in questi termini, la seguono perché sostiene di appellarsi a Dio.
Per Hasan al-Banna la legittimità di un governo non si misura in base alla sua rappresentatività – come si fa per i governi occidentali –, ma dalla capacità di difendere lo “stile di vita islamico”, ossia quello dell’Egitto ottomano del XIX secolo. I Fratelli non crederanno mai che l’Islam abbia una propria storia e che lo stile di vita dei musulmani possa variare sensibilmente da regione a regione e da epoca a epoca. Non penseranno mai neanche che il Profeta abbia rivoluzionato la società beduina e che lo stile di vita descritto nel Corano non rappresenti altro che una fase. Per loro le regole giuridiche del Corano – la Sharia – non corrispondono quindi a una determinata situazione, ma dettano le leggi immutabili su cui il potere può fondarsi.
Il fatto che la religione musulmana sia stata spesso trasmessa a colpi di spada giustifica – per la Fratellanza – l’uso della forza. I Fratelli non ammetteranno mai che l’Islam possa essere diffuso tramite l’esempio: ciò non impedisce comunque ad al-Banna e alla Fratellanza di concorrere alle elezioni, e perderle. Se condannano i partiti politici non è perché si oppongono al multipartitismo, ma perché, separando la religione dalla politica, cadrebbero nella corruzione.
La dottrina dei Fratelli musulmani corrisponde all’ideologia dell’“Islam politico”, che in francese – così come in italiano – si definisce “islamismo”, una parola che oggi va molto di moda.
Nel 1936 Hasan al-Banna scrive al primo ministro Mustafa al-Nahhas per chiedere: – “Una riforma della legislazione e l’unione di tutti i tribunali sotto la Sharia; – il reclutamento militare per istituire un servizio volontario sotto la bandiera del jihad; – il collegamento dei paesi musulmani e la preparazione per la restaurazione del Califfato, applicando l’unità richiesta dall’Islam”.
Durante la seconda guerra mondiale la Confraternita si dichiara neutrale, anche se in realtà si trasforma in un servizio d’intelligence del Reich. Ma con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, quando le sorti del conflitto sembrano ribaltarsi, fa il doppio gioco e ottiene finanziamenti dagli inglesi per fornire informazioni sul “nemico” tedesco. In tal modo la Fratellanza si mostra completamente priva di principi e puramente opportunista a livello politico.
Il 24 febbraio 1945 i Fratelli sfidano la sorte e uccidono, in piena seduta parlamentare, il primo ministro egiziano. Ne consegue una violenta escalation: la repressione nei loro confronti e una serie di omicidi politici, fino ad arrivare all’uccisione del nuovo primo ministro – il 28 dicembre 1948 – e, per rappresaglia, dello stesso Hasan al-Banna, il 12 febbraio 1949. Poco tempo dopo una corte marziale condanna alla detenzione la maggior parte dei Fratelli e ne scioglie l’associazione.
Fondamentalmente, questa organizzazione segreta non era altro che una banda di assassini che aspirava a prendere il potere mascherando la propria cupidigia dietro il Corano. La sua storia avrebbe dovuto chiudersi qui.

La fratellanza riformata dagli Anglosassoni e la pace separata con Israele

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Nonostante lo abbia negato, Sayyd Qutb era massone. Il 23 arile 1943 ha pubblicato sulla rivista al-Taj al-Masri (la “Corona d’Egitto”) un articolo dal titolo Perché sono diventato massone.
La capacità della Confraternita di mobilitare le persone e di trasformarle in assassini non può che incuriosire le grandi potenze.
Due anni e mezzo dopo lo scioglimento, gli anglosassoni formano una nuova organizzazione riutilizzando il nome di “Fratelli musulmani”. Approfittando della detenzione dei capi storici, l’ex giudice Hasan al-Hudaybi viene eletto Guida suprema. Diversamente da quanto si possa credere, non vi è alcuna continuità storica tra la vecchia e la nuova Fratellanza, ma si viene a sapere che un’unità della vecchia società – l’“apparato segreto” – era stata accusata da Hasan al-Banna di perpetrare gli attentati di cui negava la responsabilità. Questa organizzazione dentro l’organizzazione era così segreta che non fu mai influenzata dalla dissoluzione della Fratellanza, restando quindi a disposizione del suo successore. Ma la Guida decide di disconoscerla, dichiarando di voler raggiungere gli obiettivi in modo pacifico. È difficile definire con esattezza cosa sia successo all’epoca tra gli anglosassoni – che volevano ricreare l’antica società segreta – e la Guida, che riteneva giusto riguadagnarsi il seguito delle masse. In ogni caso, l’“apparato segreto” è talmente forte che l’autorità della Guida viene spazzata via a favore di quella di altri capi della Fratellanza. Si apre una vera e propria guerra intestina: la CIA vi pone a capo Sayyid Qutb [1], il teorico del jihad, che la Guida ha condannato prima di concludere un accordo con l’MI6.
È impossibile definire con precisione i reciproci rapporti di subordinazione, in primo luogo perché ciascuna filiale estera ha autonomia propria, poi perché le unità segrete all’interno dell’organizzazione non dipendono più necessariamente né dalla Guida suprema né dalla Guida locale, ma talvolta direttamente da CIA e MI6.
Nel secondo dopoguerra, gli inglesi cercano di riorganizzare il mondo in modo da tenerlo fuori dalla portata dei sovietici. Nel settembre 1946, a Zurigo, Winston Churchill propone l’idea degli Stati Uniti d’Europa e, secondo lo stesso principio, lancia la Lega araba. In entrambi i casi, si tratta di unire una regione escludendo la Russia. Dall’inizio della Guerra fredda gli Stati Uniti d’America, a loro volta, creano associazioni per sostenere queste mosse a loro vantaggio: il Comitato americano per l’Europa unita e gli American Friends of the Middle East [2]. Nel mondo arabo, la CIA organizza due colpi di Stato, prima a Damasco a favore del generale Husni al-Za’im (marzo 1949) e poi con gli Ufficiali liberi al Cairo (luglio 1952). Si tratta di sostenere i nazionalisti che si presumono ostili ai comunisti, ed è con tale spirito che Washington invia in Egitto il generale delle SS Otto Skorzeny e in Iran il generale nazista Fazlollah Zahedi, accompagnati da centinaia di ex ufficiali della Gestapo per guidare la lotta al comunismo.
Skorzeny purtroppo modella la polizia egiziana nel solco di una tradizione di violenza: nel 1963 sceglierà CIA e Mossad per rovesciare Nasser. Zahedi creerà invece la SAVAK, la polizia politica più crudele a quel tempo.
Se Hasan al-Banna aveva disegnato l’obiettivo – ossia assumere il potere manipolando la religione – Qutb definisce il mezzo: il jihad. Dopo che i seguaci avranno ammesso la superiorità del Corano, si potrà contare su di lui per formare un esercito e mandarlo a combattere. Qutb sviluppa una teoria manichea, distinguendo ciò che è islamico rispetto a ciò che è “oscuro”. Per CIA e MI6 questa “operazione” può permettere di utilizzare i seguaci per controllare i governi nazionalisti arabi e poi destabilizzare le regioni musulmane dell’Unione Sovietica. La Fratellanza si trasforma in una fonte inesauribile di terroristi accomunati dallo slogan: “Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad la nostra via. Il martirio la nostra suprema speranza”.
Il pensiero di Qutb è razionale, ma non ragionevole. Diffonde sempre la stessa retorica Allah/Profeta/Corano/jihad/martirio che non lascia spazio a discussioni, dunque impone la superiorità di tale logica sulla ragione.
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Il presidente Eisenhower riceve alla Casa Bianca una delegazione della società segreta (23 settembre 1953).
Quando la CIA organizza un convegno presso l’Università di Princeton sulla “situazione dei musulmani in Unione Sovietica”, si presenta l’occasione per ricevere negli USA la delegazione guidata dal capo dell’ala militare dei Fratelli musulmani, Said Ramadan. Nel suo rapporto, l’agente della CIA incaricato di monitorarli rileva che Ramadan non è un estremista religioso, ma piuttosto un fascista; un modo per sottolineare il carattere esclusivamente politico dei Fratelli musulmani. Il convegno si conclude con un ricevimento alla Casa Bianca organizzato dal presidente Eisenhower, il 23 settembre 1953: l’alleanza tra Washington e il jihadismo viene così siglata.
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Da sinistra a destra: Hassan al-Banna diede in sposa la propria figlia a Said Ramadan e designò quest’ultimo proprio successore. Dal matrimonio nacquero Hani (direttore del Centro Islamico di Ginevra) e Tariq Ramadan (che sarà titolare della cattedra di studi islamici contemporanei all’università di Oxford).
La CIA, che ha ricreato la Fratellanza contro i comunisti, la utilizza prima di tutto per aiutare i nazionalisti. Al tempo l’Agenzia è rappresentata in Medio Oriente da antisionisti del ceto medio che ben presto vengono estromessi a favore di alti funzionari anglosassoni e puritani, provenienti dalle grandi università e pro-Israele. Washington entra dunque in conflitto con i nazionalisti e la CIA mette la Fratellanza contro di loro.
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Said Ramadan e Abdul Ala Mawdudi furono gli animatori di una trasmissione settimanale di Radio Pakistan, stazione creata dal britannico MI6.
Said Ramadan ha comandato alcuni combattenti della Fratellanza durante la breve guerra contro Israele nel 1948; inoltre, ha aiutato Abul Ala Maududi a creare l’organizzazione paramilitare del Jamaat-e-Islami in Pakistan: si è trattato allora di costruire un’identità islamica per gli indiani musulmani in modo che fosse fondato un nuovo Stato, ovvero il Pakistan. Il Jamaat-e-Islami redigerà anche la costituzione pakistana. A quel punto, Ramadan sposa la figlia di Hasan al-Banna e diventa il capo del braccio armato dei nuovi “Fratelli musulmani”.
Mentre in Egitto i Fratelli partecipano al colpo di Stato degli Ufficiali liberi del generale Muhammad Naguib – Sayyid Qutb è il loro agente di collegamento –, ricevono l’ordine di eliminare uno dei loro leader, Gamal Abd el-Nasser, entrato in contrasto con Naguib. Non solo falliscono, ma il 26 ottobre 1954 Nasser prende il potere, sopprimendo la Fratellanza e mettendo ai domiciliari Naguib. Sayyid Qutb sarà impiccato pochi anni dopo.
Vietata in Egitto, la Fratellanza si ritira nei regni wahhabiti (Arabia Saudita, Qatar ed Emirato di Sharja) e in Europa (Germania, Francia, Regno Unito e la neutrale Svizzera). Ogni volta vengono accolti come agenti occidentali che combattono contro l’alleanza nascente tra nazionalisti arabi e Unione Sovietica. Said Ramadan riceve un passaporto diplomatico giordano e si trasferisce a Ginevra nel 1958, da dove dirige la destabilizzazione del Caucaso e dell’Asia centrale (Pakistan, Afghanistan e valle di Fergana in Unione Sovietica). Prende il controllo della commissione per la costruzione di una moschea a Monaco di Baviera, che gli permette di sorvegliare quasi tutti i musulmani in Europa occidentale. Con l’aiuto del Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia – abbreviato con la sigla inglese AMCOMLIB –, cioè la CIA, crea Radio Free Europe/Radio Liberty, una stazione finanziata direttamente dal Congresso degli Stati Uniti per diffondere il pensiero della Fratellanza [3].
Dopo la crisi del Canale di Suez e il drastico cambio di alleanze di Nasser all’indirizzo dei sovietici, Washington decide di sostenere illimitatamente i Fratelli musulmani contro i nazionalisti arabi. A un alto dirigente della CIA, Miles Copeland, viene inutilmente assegnato il compito di scegliere una personalità della Fratellanza in grado di svolgere – nel mondo arabo – un ruolo equivalente a quello del pastore Billy Graham negli Stati Uniti. Bisognerà aspettare fino agli anni ottanta per trovare un predicatore di egual rilievo, l’egiziano Yusuf al-Qaradawi.
Nel 1961 la Fratellanza si collega a un’altra società segreta, l’Ordine Naqshbandı, una sorta di massoneria musulmana che mescola iniziazione sufi e politica. Uno dei suoi teorici, l’indiano Abu Hasan Ali al-Nadwi, pubblica un articolo sulla rivista dei Fratelli. L’Ordine è antico e presente in molti paesi: in Iraq il gran maestro non è altri che il futuro vicepresidente Izzat Ibrahim al-Douri, che sosterrà il tentato colpo di Stato della Fratellanza in Siria nel 1982 e la “campagna del ritorno alla fede” organizzata dal presidente Saddam Hussein per dare nuovamente un’identità al suo paese dopo l’istituzione della no-fly zone degli occidentali. In Turchia l’Ordine avrà un ruolo più complesso: responsabili saranno sia Fethullah Gülen (fondatore dell’Hizmet), sia il presidente Turgut Özal (1989-1993) e il primo ministro Necmettin Erbakan (1996-1997), a capo del Partito della Giustizia (1961) e del Millî Görüs¸ (1969). In Afghanistan, gran maestro sarà l’ex presidente Sibghatullah Mojaddedi (1992). In Russia, con l’aiuto dell’Impero ottomano, nel XIX secolo l’Ordine aveva fatto insorgere Crimea, Uzbekistan, Cecenia e Daghestan contro lo zar. Fino alla caduta dell’URSS non si avranno più notizie di questo ramo, come pure nel Xinjiang cinese. La vicinanza dei Fratelli e dei Naqshbandı viene studiata di rado, data l’opposizione di principio degli islamisti alla mistica e agli ordini sufi in generale.
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La sede saudita della Lega Islamica Mondiale, il cui budget nel 2015 è stato superiore a quello del ministero saudita della Difesa. Primo acquirente mondiale di armi, l’Arabia Saudita le fa pervenire alle organizzazioni dei Fratelli Mussulmani e dei Naqshbandi attraverso la Lega.
Nel 1962 la CIA incoraggia l’Arabia Saudita a creare la Lega musulmana mondiale e a finanziare la Fratellanza e l’Ordine contro i nazionalisti e i comunisti [4]. Questa organizzazione viene inizialmente finanziata dall’ARAMCO (Arabian-American Oil Company). Tra i venti fondatori vi sono tre teorici islamici di cui abbiamo già parlato: l’egiziano Said Ramadan, il pakistano Sayyid Abul Ala Maududi e l’indiano Abu Nasal Ali al-Nadwi.
Di fatto i sauditi, che improvvisamente si ritrovano a possedere un’enorme liquidità grazie al commercio del petrolio, diventano gli sponsor dei Fratelli nel mondo. In loco la monarchia crea un sistema scolastico e universitario in un paese in cui quasi nessuno sa leggere e scrivere. I Fratelli si devono adattare alle tradizioni dei loro ospitanti. Infatti, la fedeltà al re impedisce loro di giurare davanti alla Guida suprema. In ogni caso si organizzano in due filoni attorno a Muhammad Qutb, fratello di Sayyid: i Fratelli sauditi da un lato e i “sururisti” dall’altro. Questi ultimi, sauditi, cercano di compiere una sintesi tra ideologia politica della Fratellanza e teologia wahhabita. Questa setta, cui aderisce la famiglia reale, segue un’interpretazione dell’Islam nata dal pensiero beduino, iconoclasta e antistorico. Finché Riad dispone di petrodollari, lancia anatemi contro le scuole musulmane tradizionali che, a loro volta, ritengono eretica tale sintesi.
In realtà, la politica dei Fratelli e la religione wahhabita non hanno nulla in comune, ma sono comunque compatibili. Sennonché il patto che lega la famiglia dei Saud ai predicatori wahhabiti non può esistere con la Fratellanza: l’idea della monarchia di diritto divino si scontra infatti con la brama di potere dei Fratelli. Si decide quindi che i Saud sosterranno i Fratelli di tutto il mondo, purché questi ultimi si astengano dal fare politica in Arabia Saudita.
L’appoggio dei wahhabiti sauditi alla Fratellanza inasprisce la rivalità tra l’Arabia Saudita e gli altri due Stati wahhabiti, il Qatar e l’Emirato di Sharja.
Dal 1962 al 1970 i Fratelli musulmani prendono parte alla guerra civile nello Yemen del Nord, tentando di restaurare la monarchia al fianco di Arabia Saudita e Regno Unito contro nazionalisti arabi, Egitto e URSS; un conflitto che anticipa ciò che avverrà nel mezzo secolo successivo.
Nel 1970 Gamal Abd el-Nasser giunge a un accordo tra le fazioni palestinesi e re Husayn di Giordania, ponendo fine al “settembre nero”. Però muore la sera del vertice della Lega araba, che ratifica l’accordo: ufficialmente per un attacco cardiaco, ma molto probabilmente per omicidio. Nasser ha tre vicepresidenti: uno di sinistra – estremamente popolare –, uno di centro – ben noto –, e un conservatore, scelto su richiesta di Stati Uniti e Arabia Saudita, Anwar al-Sadat. A seguito di pressioni enormi, il vicepresidente di sinistra si dichiara non meritevole della carica, il vicepresidente centrista preferisce rinunciare alla vita politica e al-Sadat viene così nominato candidato dei nasseriani. È un dramma per molti paesi: il presidente sceglie un vicepresidente tra i concorrenti per ampliare la base elettorale, ma se questi lo sostituisce quando muore, ne distrugge l’eredità.
Al-Sadat, che ha operato per conto del Reich durante la seconda guerra mondiale e professa grande ammirazione per il Führer, è un militare ultra-conservatore, un alter-ego di Sayyid Qutb in veste di intermediario tra la Fratellanza e gli Ufficiali liberi. Al momento della sua ascesa al potere, libera i Fratelli che Nasser ha imprigionato. Il “presidente credente” è alleato della Confraternita nell’islamizzazione della società – la “rivoluzione correttiva” –, ma suo rivale in caso di tensioni politiche. Questo rapporto ambiguo è dimostrato dalla creazione di tre gruppi armati che non nascono da scissioni della Fratellanza, ma sono unità esterne a essa obbedienti: il partito di liberazione islamica, il Jihad islamico (dello sceicco Omar Abdel Rahman) e il “Takfir” (letteralmente “scomunica e immigrazione”). Tutti affermano di applicare le istruzioni di Sayyid Qutb. Armato dai servizi segreti, il Jihad islamico sferra attacchi contro i cristiani copti: lungi dal calmare la situazione, “il presidente credente” accusa di sedizione gli stessi copti e ne imprigiona il papa insieme a otto vescovi. Alla fine, al-Sadat interviene nella guida della Confraternita e parteggia per il Jihad islamico contro la Guida suprema, che fa arrestare [5].
Su indicazione del segretario di Stato americano, Henry Kissinger, convince la Siria a unirsi all’Egitto per attaccare Israele e ripristinare i diritti dei palestinesi. Il 6 ottobre 1973 i due eserciti attaccano su due fronti Israele durante la festa dello Yom Kippur. L’esercito egiziano attraversa il Canale di Suez, mentre i siriani sferrano attacchi dalle alture del Golan. Tuttavia, al-Sadat non schiera che una parte della difesa antiaerea e arresta l’esercito a 15 chilometri a est del canale, mentre gli israeliani si avventano sui siriani che si ritrovano catturati e gridano al complotto. Soltanto quando le truppe israeliane sono mobilitate e l’esercito siriano circondato, al-Sadat ordina alla propria armata di riprendere l’avanzata, interrompendola poi per negoziare il cessate il fuoco. Considerando il tradimento egiziano, i sovietici – che hanno già perso un alleato con la morte di Nasser – minacciano gli Stati Uniti e chiedono il cessate il fuoco immediato.
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Ex agente di collegamento tra gli “Ufficiali liberi” e la Confraternita, insieme a Sayyid Qutb, il “presidente credente” Anwar al-Sadat avrebbe dovuto essere proclamato dal parlamento egiziano “sesto califfo”. Nella foto, questo ammiratore di Adolf Hitler siede alla Knesset, a fianco dei partner Golda Meir e Shimon Peres.
Quattro anni dopo, seguendo il piano della CIA, al-Sadat si reca a Gerusalemme e decide di firmare una “pace separata” con Israele a scapito dei palestinesi. E così si sigla l’alleanza tra Fratellanza e Israele. Tutti i popoli arabi condannano il tradimento e la Lega araba estromette l’Egitto, trasferendo la sede ad Tunisi.
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Responsabile dell’“Apparato segreto” dei Fratelli Mussulmani, Ayman al-Zawahiri (capo attuale di Al Qaeda) organizza l’assassinio del presidente Sadat (6 ottobre 1981).
Washington decide di voltare pagina nel 1981. Il jihad islamico ha il compito di liquidare al-Sadat – diventato ormai inutile –, che viene assassinato durante una parata militare, mentre il Parlamento si prepara a proclamarlo “Sesto Califfo”. Nella tribuna d’onore, 7 persone rimangono uccise e 28 ferite ma, seduto accanto al presidente, il vicepresidente – il generale Mubarak – si salva. È l’unico nella tribuna d’onore ad indossare un giubbotto antiproiettile. Succede al “presidente credente” e la Lega araba può così tornare al Cairo.
Traduzione :
Alice Zanzottera
Rachele Marmetti




I Fratelli Mussulmani come forza complementare dell’MI6 e della CIA

Continuiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, Sotto i nostri occhi. In questo episodio l’autore descrive come il presidente Jimmy Carter e il suo consigliere nazionale per la Sicurezza, Zbigniew Brzezinski, utilizzarono le competenze terroristiche d'operatori di pace "moderati" dei Fratelli Mussulmani contro i sovietici.

| Damasco (Siria)
Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi. - Si veda l’indice.
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Il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Zbigniew Brzezinski, ha ideato lo stratagemma d' utilizzare i Fratelli Mussulmani per operazioni terroristiche contro il governo comunista afgano, provocando l’intervento dell’URSS.

LA FRATELLANZA AL SERVIZIO DELLA STRATEGIA DI CARTER-BRZEZINSKI

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Sir James Macqueen Graig, esperto di Medio Oriente, ha convinto il Regno Unito ad utilizzare i Fratelli Mussulmani in operazioni segrete esterne all’Egitto. A Graig si deve anche il piano delle “primavere arabe”, da lui concepito prendendo a modello l’operazione realizzata da Lawrence d’Arabia nel 1915.
Nel 1972-73 un funzionario del Foreign Office – e probabilmente dell’MI6 –, James Craig, e l’ambasciatore inglese in Egitto, Sir Richard Beaumont, cominciano a fare pressioni affinché il loro paese e gli Stati Uniti si affidino ai Fratelli musulmani non solo in Egitto, ma in tutto il mondo musulmano, contro i marxisti ed i nazionalisti. Poco dopo Craig sarà nominato ambasciatore di sua maestà in Syria e Arabia Saudita sotto l’attenta e costante protezione da parte della CIA. Molti anni dopo sarà l’ideatore della “Primavera araba”.
Nel 1977 negli Stati Uniti viene eletto presidente Jimmy Carter, che nomina Zbigniew Brzezinski consigliere per la sicurezza nazionale. Quest’ultimo decide di usare l’islamismo contro i sovietici: dà il via libera ai sauditi per l’aumento dei finanziamenti della Lega musulmana mondiale e organizza cambi di regime in Pakistan, Iran e Siria; destabilizza l’Afghanistan e pone come obiettivo di sicurezza nazionale l’accesso, da parte degli USA, al petrolio del Medio Oriente. Da ultimo, rifornisce di mezzi militari la Fratellanza.
Tale strategia viene illustrata chiaramente da Bernard Lewis nella riunione del Gruppo Bilderberg [1] che la NATO organizza in Austria nell’aprile 1979. Lo studioso islamico anglo-israelo-statunitense assicura che i Fratelli musulmani non solo avrebbero svolto un ruolo importante contro i sovietici – causando problemi interni in Asia Centrale – ma avrebbero anche balcanizzato il Medio Oriente nell’interesse d’Israele.
Contrariamente alla credenza popolare, i Fratelli non si limitano a seguire il piano di Brzezinski: guardano lontano, ricevendo aiuti da Riad e Washington per creare diramazioni della Fratellanza in altri paesi, nuclei operativi che si svilupperanno ulteriormente. Il re saudita concede in media 5 miliardi di dollari all’anno alla Lega musulmana mondiale, che espande le attività in 120 paesi e finanzia le guerre. In linea di massima, 5 miliardi di dollari equivalgono al bilancio militare della Corea del Nord. La Lega riceve lo status consultivo presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite e lo status di osservatore all’Unicef.
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Il generale pakistano Muhammad Zia-ul-Haq, primo capo di Stato membro dei Fratelli Mussulmani fuori dall’Egitto, consente ai combattenti della Fratellanza di disporre di una retroguardia contro i comunisti afgani.
In Pakistan, il generale Muhammad Zia-ul-Haq – capo di Stato maggiore delle forze armate, addestrato a Fort Bragg negli Stati Uniti – rovescia il presidente Zulfiqar Ali Bhutto e lo fa impiccare. Membro del Jamaat-e-Islami – ossia la variante locale dei Fratelli musulmani –, islamizza la società, impone gradualmente la Sharia – insieme alla pena di morte per blasfemia – e crea una vasta rete di scuole islamiche. È la prima volta che la Fratellanza arriva al potere fuori dall’Egitto.
In Iran, Brzezinski convince lo Scià ad abdicare e organizza il ritorno dell’imam Khomeini, che si definisce “islamista sciita”. Da giovane, nel 1945, Khomeini aveva incontrato Hasan al-Banna al Cairo per convincerlo a non alimentare il conflitto tra sunniti e sciiti. In seguito, ha tradotto due libri di Sayyid Qutb. La Fratellanza e il rivoluzionario iraniano sono d’accordo sulle questioni sociali, ma non su quelle politiche. Brzezinski capisce di aver sbagliato lo stesso giorno dell’arrivo a Teheran dell’Ayatollah, che si reca a pregare sulle tombe dei martiri del regime dello Scià ed esorta l’esercito a ribellarsi all’imperialismo. Brzezinski commette un secondo errore inviando la Delta Force a salvare le spie statunitensi tenute in ostaggio nell’ambasciata di Teheran. Anche se riesce a tenere all’oscuro l’Occidente che i suoi diplomatici non erano tali, bensì spie, ridicolizza i suoi militari con la fallita operazione Eagle Claw e instilla al Pentagono l’idea che fosse necessario procurarsi i mezzi per sconfiggere i musulmani.
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In Afghanistan, Brzezinski avvia l’“Operazione Cyclone”: tra 17 e 35 mila Fratelli musulmani – provenienti da quaranta paesi – combattono contro l’URSS, arrivata per difendere, su sua richiesta, la Repubblica democratica dell’Afghanistan [2]. Non si trattò di un’“invasione sovietica”, come sostiene la propaganda degli USA. Non ci saranno sul suolo afgano mai più di 15.000 sovietici alla volta. Gli uomini inviati da Brzezinski giungono come rinforzi per una coalizione tra combattenti conservatori e Fratelli musulmani locali; tra loro il pashtun Gulbuddin Hekmatyar e il tagiko Ahmad Shah Massoud. Ricevono le armi principalmente da Israele [3], ufficialmente loro nemico giurato, ma ormai loro alleato. Tutte le forze sono controllate dal Pakistan dal generale Muhammad Zia-ul-Haq e finanziate da Stati Uniti e Arabia Saudita. È la prima volta che la Fratellanza viene impiegata dagli anglosassoni per combattere una guerra. Tra i combattenti compaiono i futuri capi delle guerre caucasiche, dell’indonesiana Jemaah Islamiyah, del gruppo filippino Abu Sayaf e, naturalmente, di Al Qaida e ISIS. L’operazione antisovietica degli Stati Uniti è supportata dal partito repubblicano e da una frazione di estrema sinistra, i trotskisti del Social Democrats USA.
La strategia Carter-Brzezinski rappresenta un cambiamento sostanziale [4]. L’Arabia Saudita, che in precedenza ha finanziato i gruppi islamisti, diviene responsabile della gestione dei fondi bellici contro i sovietici. Il direttore generale dell’intelligence saudita, il principe Turki – figlio del re dell’epoca, Faysal –, si trasforma in una figura chiave presso tutti i vertici occidentali.
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Il palestinese Abdallah Azzam e il saudita Osama bin Laden sono stati formati a Riad da Mohammad Qutb, fratello di Sayyid Qutb. In seguito, hanno diretto i combattenti dei Fratelli Mussulmani in Afghanistan.
I problemi tra arabi e afgani sono ricorrenti: il principe Turki prima invia il palestinese Abd Allah al-Azzam – l’“imam del jihad” – per ripristinare l’ordine tra i Fratelli e gestire l’ufficio locale della Lega musulmana mondiale, poi il miliardario Osama bin Laden. Al-Azzam e bin Laden sono stati addestrati in Arabia Saudita dal fratello di Sayyid Qutb.
Anche durante il mandato di Carter, i Fratelli musulmani intraprendono una lunga campagna terroristica in Siria, compresa l’uccisione dei cadetti non sunniti presso l’Accademia militare di Aleppo da parte dell’“avanguardia combattente”. Hanno basi in Giordania, dove gli inglesi li addestrano militarmente. Durante quegli “anni di piombo”, la CIA suggella l’alleanza tra i Fratelli musulmani e il gruppetto dell’ex comunista di Riad al-Turk, che con i suoi amici George Sabra e Michel Kilo hanno rotto con Mosca durante la guerra civile libanese per sostenere l’Occidente. Anche loro aderiscono al gruppo trotskista statunitense Social Democrats USA. I tre scrivono un manifesto nel quale sostengono che i Fratelli musulmani rappresentano il nuovo proletariato e che la Siria potrà essere salvata soltanto dall’intervento militare degli Stati Uniti. In ultima analisi, i Fratelli tentano un colpo di Stato nel 1982, con l’appoggio del Baath iracheno – che collabora con Washington contro l’Iran – e dell’Arabia Saudita. I combattimenti ad Hama causano duemila morti secondo il Pentagono, 40 mila secondo la Fratellanza e la CIA. In seguito vengono uccisi centinaia di prigionieri a Palmira per mano del fratello del presidente Hafiz al-Assad, Rifaat, che sarà destituito e costretto all’esilio a Parigi quando tenterà, a sua volta, il colpo di Stato contro il fratello. I trotskisti vengono catturati e la maggior parte dei Fratelli fugge in Germania – dove già risiede l’ex Guida siriana Issam al-Attar – o in Francia – come Abu Musab, “Il Siriano” –, dove il cancelliere Helmut Kohl e il presidente François Mitterrand concedono asilo. Due anni più tardi scoppia uno scandalo nell’opposizione, ormai in esilio al momento della spartizione: 3 milioni di dollari spariscono dal totale di 10 milioni forniti dalla Lega musulmana mondiale.

VERSO LA CREAZIONE DELL’INTERNAZIONALE JIHADISTA

Negli anni ottanta la Lega musulmana mondiale riceve istruzioni da Washington al fine di trasformare la società algerina. Per circa un decennio Riad si offre di costruire moschee nei villaggi, dove ogni volta vengono annessi un dispensario e una scuola. Le autorità algerine accolgono l’aiuto con gioia, considerato che non sono più in grado di garantire a tutti accesso a sanità e istruzione. A poco a poco, le classi lavoratrici algerine si allontanano da uno Stato che non le rappresenta più e si avvicinano alle tanto generose moschee.
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Il presidente Bush padre, ex direttore della CIA, stringe un forte legame d’amicizia con l’ambasciatore saudita, principe Bandar bin Sultan bin Abdelaziz Al Saud, che più tardi diventerà capo dell’intelligence del proprio Paese. Bush lo considera figlio adottivo, da qui il soprannome di Bandar Bush.
Quando il principe Fahd diventa re dell’Arabia Saudita, nel 1982, invia il principe Bandar – figlio del ministro della Difesa – a Washington in qualità di ambasciatore, incarico che manterrà per tutto il corso del suo regno. Nella capitale a stelle e strisce svolge una duplice funzione: da un lato si occupa di gestire le relazioni saudite-statunitensi, dall’altro funge da interfaccia tra il direttore dell’intelligence Turki e la CIA. Stringe amicizia con il vicepresidente ed ex direttore della CIA George H.W. Bush, che lo considera suo “figlio adottivo”; poi con il segretario della Difesa Dick Cheney e il futuro direttore della CIA, George Tenet. Si inserisce nell’élite sociale e va a integrare la setta cristiana dei capi di Stato maggiore del Pentagono, The Family, e l’ultra-conservatore Bohemian Club di San Francisco.
Bandar dirige i jihadisti dalla Lega musulmana mondiale e negozia con Londra l’acquisto di armi dalla British Aerospace in cambio di petrolio. I contratti della “colomba” – in arabo al-Yamamah – costano a Riad tra i 40 e gli 83 miliardi di sterline, di cui una parte sostanziosa sarà riversata dagli inglesi al principe. Nel 1983 il presidente Ronald Reagan affida a Carl Gershman – ex leader del Social Democrats USA – la direzione della nuovissima National Endowment for Democracy [5], un’agenzia che dipende dall’accordo dei “Cinque Occhi” e che opera sotto le mentite spoglie di organizzazione non governativa. È la “facciata” legale dei servizi segreti australiani, inglesi, canadesi, statunitensi e neozelandesi. Gershman, che ha già collaborato con i suoi compagni trotskisti e amici Fratelli musulmani in Libano, Siria e Afghanistan, realizza una vasta rete di associazioni e fondazioni che CIA e MI6 utilizzano per sostenere la Fratellanza, ove possibile. Si rifà alla “Dottrina Kirkpatrick”, secondo la quale tutte le alleanze sono giuste se utili agli interessi degli Stati Uniti.
Nel 1985 il Regno Unito, fedele alla propria tradizionale competenza accademica, crea un istituto per analizzare le società musulmane e il modo in cui i Fratelli possano influenzarle: l’Oxford Centre for Islamic Studies.
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In Sudan, Hasan al-Turabi e Omar al-Bashir impongono i Fratelli Mussulmani. Nel contesto particolarmente settario e arretrato del Paese entreranno in conflitto con la Fratellanza e si distruggeranno a vicenda.
Nel 1989 i Fratelli tentano – con successo – un secondo colpo di Stato, questa volta in Sudan a favore del colonnello Omar al-Bashir, che prontamente investe la Guida locale, Hasan al-Turabi, della presidenza dell’Assemblea Nazionale. Quest’ultimo, durante una conferenza tenutasi a Londra, annuncia che il suo paese diventerà la base dei gruppi islamici di tutto il mondo.
Sempre nel 1989 nasce in Algeria il Fronte islamico di salvezza (FIS), centrato sulla figura di Abbassi Madani, mentre il partito al governo crolla travolto da vari scandali. Il FIS è appoggiato dalle moschee “regalate” dai sauditi, e di conseguenza dagli algerini che le frequentano da un decennio. Grazie al rifiuto nei confronti dei dirigenti e non certo per adesione ideologica, vince le elezioni locali. Considerando il fallimento dei politici e l’impossibilità di negoziare con gli islamisti, l’esercito riesce nel colpo di Stato e annulla le elezioni. Il paese viene travolto da una lunga e sanguinosa guerra civile di cui non si saprà molto, ma la guerriglia causerà più di 150 mila vittime. Gli islamisti non esitano a imporre punizioni individuali e collettive, come con il massacro degli abitanti di Ben Talha – colpevoli di aver votato nonostante la fatwa lo proibisse – dei quali radono al suolo il villaggio. Chiaramente, l’Algeria funge da laboratorio per le nuove operazioni. Circola la voce secondo la quale è l’esercito, e non gli islamisti, a massacrare gli abitanti, mentre in realtà vari agenti dei servizi segreti, addestrati negli Stati Uniti, si uniscono agli islamisti e creano il caos.
Nel 1991 Osama bin Laden, tornato in Arabia Saudita da eroe per aver condotto la lotta anticomunista alla fine della guerra in Afghanistan, si scontra ufficialmente con il re, mentre i “sururisti” si ribellano alla monarchia. Questa rivolta, il “risveglio islamico”, dura quattro anni e si conclude con l’arresto dei capi principali, dimostrando alla monarchia – convinta di detenere ogni potere – che, mescolando religione e politica, i Fratelli hanno creato le condizioni per la rivolta tramite le moschee.
In questo contesto Osama bin Laden sostiene di aver offerto l’aiuto di alcune migliaia di veterani dell’Afghanistan contro l’Iraq di Saddam Hussein ma, con enorme sorpresa, il re avrebbe preferito il milione di truppe degli Stati Uniti e degli alleati. Così si ritira in esilio in Sudan, in realtà con la missione di riprendere il controllo degli islamisti sfuggiti all’autorità dei Fratelli e in rivolta contro la monarchia. Con Hasan al-Turabi organizza conferenze popolari panarabe e panislamiche invitando i rappresentanti dei movimenti islamici e nazionalisti di cinquanta paesi. Questo per creare partiti equivalenti a ciò che l’Arabia Saudita ha già fatto con l’Organizzazione della Conferenza islamica, che riunisce diversi Stati. I partecipanti non sanno che le conferenze sono finanziate dai sauditi e gli alberghi che le ospitano sono monitorati dalla CIA. Da Yasser Arafat a Hezbollah libanese, tutti vi partecipano.
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L’FBI riesce a far condannare la BCCI, un’immensa banca musulmana diventata, col tempo, un mezzo della CIA per le operazioni segrete – tra cui il finanziamento della guerra in Afghanistan –, ma anche per il traffico di droga in America Latina [6]. Quando viene dichiarato il fallimento della banca, i clienti minori non sono rimborsati, ma Osama bin Laden riesce a recuperare 1,4 miliardi di dollari per portare avanti l’ingaggio dei Fratelli musulmani al servizio di Washington. La CIA allora trasferisce le sue attività presso la Faysal Islamic Bank e la filiale Al Baraka.
Traduzione :
Alice Zanzottera
Rachele Marmetti

martedì 18 giugno 2019

IL COLOSSO DAI PIEDI D'ARGILLA CHE NON PUO' STAMPARE MONETA

Il mondo sta cambiando e il Fmi potrebbe non essere più rilevante


L’editorialista del Financial Times, Martin Wolf, scrive parole che sembrano una lapide su una delle istituzioni finanziarie internazionali – il Fmi – che per decenni è stato al centro delle relazioni economiche mondiali. Uno dei principali commentatori economici scrive, nel titolo dell’articolo che riproduciamo, che se il Fmi vuole sopravvivere ha bisogno del forte sostegno dei suoi membri. Una affermazione che viene però smentita dai dati che Wolf riporta e soprattutto dalle citazioni con cui apre il saggio.
«Il protezionismo porterà grande prosperità e fiducia» (Presidente Usa Donald Trump, discorso inaugurale, 20-1-2017)
«Siamo arrivati a riconoscere che il modo più saggio e più efficace per proteggere i nostri interessi nazionali è attraverso la cooperazione internazionale – vale a dire, attraverso uno sforzo unitario per il raggiungimento degli obiettivi comuni» (Segretario del Tesoro americano Henry Morgenthau, Jr., discorso di chiusura alla conferenza di Bretton Woods, 22 luglio 1944)
«Perché tutto rimanga uguale, tutto deve cambiare»  (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ne “Il gattopardo”)

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Il mondo sta cambiando. Il FMI sta cambiando con esso. La questione, tuttavia, non è solo il modo in cui quest’ultimo deve cambiare se vuole rimanere rilevante. Ma è anche se l’ambiente politico gli consentirà di rimanere rilevante. Il Fondo monetario internazionale è basato sull’impegno alla cooperazione tra i paesi membri. Questo impegno è al tramonto. Ma i paesi del mondo potrebbero riscoprire la sua importanza. Se così, troveranno nel Fondo uno strumento inestimabile. Il Fmi non può assicurare quel risultato. Ma può, e deve, prepararsi per questo. A suo merito, lo sta facendo.
Il mondo intorno al Fondo è cambiato, o sta cambiando, in diversi aspetti cruciali.
Il primo e più importante cambiamento è uno spostamento nel potere economico globale, e quindi politico. Nel 2000, le economie avanzate hanno generato il 57% della produzione globale, misurata a parità di potere d’acquisto. Entro il 2024, secondo le previsioni del Fmi, tale percentuale scenderà al 37%. Nel frattempo, la quota cinese salirà dal 7 al 21 percento, e il resto dell’Asia emergente rappresenterà il 39 percento della produzione globale, contro il 14 degli Stati Uniti e il 15 dell’Unione europea (vedi grafico 1).

La seconda trasformazione è un aumento della rivalità tra grandi potenze, mentre le relazioni si deteriorano tra le potenze occidentali e la crescente Cina. Gli Stati Uniti hanno etichettato la Cina come un «concorrente strategico». L’Unione europea, più specificatamente, l’ha definita un «concorrente economico nel perseguimento della leadership tecnologica». In ogni caso, la cooperazione sembra destinata a diventare più difficile.
Il terzo cambiamento è una svolta verso politiche populiste, non ultimo nelle economie avanzate. Una caratteristica di questo populismo è il sospetto verso la competenza tecnocratica. Ciò riguarda non solo la credibilità delle istituzioni tecnocratiche nazionali, incluse le banche centrali indipendenti e i ministeri delle finanze, ma anche le istituzioni tecnocratiche internazionali, tra le quali il Fmi è probabilmente il più significativo.
La quarta modifica consiste nel rallentamento, o addirittura nell’inversione, della globalizzazione. Ciò è marcatamente vero in alcune aree della finanza, come il drastico calo delle attività estere delle banche dell’area dell’euro (Lund et al. 2017). Ma è anche vero nel commercio: prima della crisi finanziaria transatlantica, il volume del commercio mondiale cresceva quasi il doppio della produzione mondiale. Ora il commercio e la produzione crescono all’incirca allo stesso ritmo. Recentemente abbiamo persino assistito all’emergere di un vero protezionismo negli Stati Uniti (vedi grafico 2).


Il quinto cambiamento riguarda la tecnologia. Il progresso tecnologico è stato il motore della crescita economica. Ma il ruolo di internet e i recenti progressi nell’intelligenza artificiale hanno portato nuove vulnerabilità e sconvolgimenti, tra cui attacchi informatici e massicci cambiamenti nei mercati del lavoro.
Il sesto cambiamento è un aumento della fragilità finanziaria. Questa si è accumulata nei decenni. Sono stati compiuti sforzi sostanziali per ridurre questa fragilità, non da ultimo dal Fmi. Ma il rapporto tra debito e produzione lorda è aumentato, il debito si è spostato dal settore privato a quello pubblico e, in una certa misura, dalle economie avanzate a quelle emergenti. Ulteriori perturbazioni finanziarie sono del tutto possibili (vedi grafico 3).
Il settimo cambiamento è il fenomeno soprannominato «la stagnazione secolare» da Lawrence Summers dell’Università di Harvard, in occasione di una conferenza del Fmi nel 2013. La domanda debole, causata da una combinazione di bassa inflazione e da tassi di interesse reali e nominali ultrabassi, sembra essere strutturale e quindi è probabile che persista. Lo spazio per una risposta politica convenzionale – o addirittura convenzionalmente non convenzionale – a una crisi potrebbe essere molto limitato.
L’ultimo cambiamento è la crescente significatività dei cambiamenti climatici come problema politico. Ciò potrebbe avere effetti importanti sulle strategie di sviluppo e sulle politiche macroeconomiche in tutti i paesi, in particolare in quelli più poveri e più vulnerabili.
Tutto ciò crea un ambiente altamente stimolante per il Fmi, il quale sta cambiando anch’esso. In effetti, la sua caratteristica più duratura è stata la capacità di adattarsi ai rispettivi cambiamenti nel mondo. Ciò riflette in parte l’alta qualità del personale e la sua gestione abitualmente competente.
Tuttavia, il Fmi è anche ostacolato da una capacità limitata di influenzare le azioni dei paesi con solide posizioni nella bilancia dei pagamenti e degli Stati Uniti, l’emittente della valuta di riserva mondiale, il dollaro. Questo non è un problema nuovo: è stato riconosciuto – ed è rimasto irrisolto – alla conferenza di Bretton Woods del 1944 (Steil 2013). Anche il Fondo commette errori, non da ultimo perché è fortemente influenzato dalla saggezza convenzionale degli economisti professionisti e dei paesi potenti. Questo ha seriamente sottovalutato i pericoli della liberalizzazione finanziaria, sia interna che esterna. Ciò era vero nonostante i preveggenti avvertimenti di Raghuram Rajan, consigliere economico del Fmi dal 2003 al 2006.
Imparare dagli errori
È tuttavia ragionevole aspettarsi che il Fondo apprenda dagli errori. Lo ha già fatto. Dopo la crisi transatlantica, ha rivalutato l’impatto dei tagli alla spesa pubblica e gli aumenti delle tasse sulla crescita. Anche la qualità della sua sorveglianza dei rischi finanziari è notevolmente migliorata nel suo rapporto sulla Global Budget Stability Report e World Economic Outlook e nel lavoro sui paesi membri. Un passo importante è stato il riconoscimento del fatto che liberalizzare i flussi di capitali attraverso i confini comporta sia rischi che benefici.
Nessuna crisi è stata più problematica di quella nell’area dell’euro. Questa ha messo il Fmi nella difficile posizione di trattare con una banca centrale e con paesi che non poteva controllare. Il Fondo ha collaborato con le istituzioni dell’area dell’euro su programmi nazionali che hanno avuto alcuni successi ma anche notevoli carenze, in particolare nel caso della Grecia. Un risultato è stato quello di riformare il quadro dei prestiti del Fmi per i paesi con alto debito sovrano e, soprattutto, di porre fine alle esenzioni – nel caso di crisi sistemiche – dalla sostenibilità del debito come condizione per il sostegno del Fondo.
Anche l’impegno rafforzato del Fmi con gli Stati fragili è significativo. Richiede approcci nuovi e fantasiosi per assicurare la necessaria trasformazione politica e istituzionale.
Con questi passaggi, il Fondo ha aggiornato la sua vecchia agenda di mantenimento della stabilità macroeconomica. Ma ha anche affrontato numerose nuove sfide, tra cui quelle su disparità di reddito e ricchezza, disuguaglianza di genere, corruzione e cambiamenti climatici. Queste sfide sono al di fuori delle aree storiche di competenza del Fondo. Ma sono di vitale importanza per sé, e per importanti collegi elettorali nei paesi membri, e hanno importanti implicazioni macroeconomiche. Ammorbidire l’immagine del Fmi può essere utile, specialmente in un contesto politico diventato difficile per le istituzioni finanziarie internazionali. E, per alcuni aspetti, il lavoro del Fondo è stato fondamentale, in particolare per quanto riguarda i sussidi per i combustibili fossili e il costo della corruzione.
Sfide a venire
Per far sì che il mondo della globalizzazione cooperativa sopravviva e il Fmi mantenga il suo ruolo all’interno di esso, molto deve cambiare. Alcuni di questi cambiamenti sono sotto il controllo del Fondo. Altri, invocano un nuovo consenso globale.
Un grande compito per noi è quello di affrontare le sfide intellettuali che la nostra instabile economia mondiale comporta. Particolarmente significativa è la necessità di riconsiderare le politiche monetarie, fiscali e strutturali, a livello globale e all’interno dei paesi influenti, nel contesto di tassi di interesse ultrabassi, bassa inflazione, grandi eccedenza di debito e stagnazione secolare.
Cosa devono fare i responsabili politici quando arriverà la prossima recessione? In che modo –  se possibile – potrebbe essere gestita l’imponente ristrutturazione del debito privato o sovrano? C’è qualche punto positivo nelle prospettive non ortodosse come la “teoria monetaria moderna”? Il Fondo deve impegnarsi ancora più profondamente su questi temi per prepararsi a ciò che ci attende. Ma deve essere anche più coinvolto in altre aree difficili. L’economia politica protezionistica è un esempio. L’impatto dell’intelligenza artificiale è un altro.
Soprattutto, il Fmi deve rimanere un punto di riferimento per tutti i suoi membri. L’unico modo plausibile per farlo è quello di produrre un lavoro di altissima qualità e integrità intellettuale, specialmente nell’ambito della sorveglianza. Questo, ogni tanto, può irritare i soggetti dei giudizi del Fondo. Ma sosterrà la reputazione e l’influenza del Fmi tra i suoi membri.
Una domanda in questo contesto è se il Fondo abbia bisogno di più esperti nella politica del cambiamento: è molto bello predicare la fine delle sovvenzioni, ma come può essere accettato? Un’altra domanda è se più personale dovrebbe risiedere in modo permanente nei paesi membri. Una revisione dettagliata del modo di lavorare del Fmi sarebbe un’operazione sensata.
Prima di tutto, le quote di voto dovrebbero essere allineate con l’importanza economica di ciascun membro. Attualmente i membri dell’Ue (incluso il Regno Unito) hanno il 29,6% dei voti; gli Stati Uniti il 16,5 per cento; Giappone 6,2 e il Canada il 2,2. Al contrario, la Cina ha solo il 6,1% e l’India il 2,6%. Queste cifre sono incredibilmente fuori dal peso relativo di queste economie. È vero che le economie avanzate dominano ancora la finanza globale e rilasciano tutte le valute di riserva significative. Ma probabilmente non durerà.
Se le istituzioni come il Fondo monetario internazionale devono rimanere globalmente rilevanti, le azioni di voto devono essere riponderate, specialmente verso l’Asia, come ha sostenuto persuasivamente Edwin Truman (2018) del Peterson Institute for International Economics. Altrimenti, la Cina fonderà sicuramente la propria versione del Fmi, così come ha già lanciato l’Asian Infrastructure Investment Bank e la New Development Bank.
In secondo luogo, la potenza di fuoco finanziaria del Fmi deve essere aumentata in modo sostanziale, in particolare in un mondo di flussi di capitali relativamente liberi. La sua capacità di prestito è attualmente di appena 1 trilione di dollari. Lo si confronti con le riserve valutarie globali di 11,4 trilioni. La disparità dimostra l’inadeguatezza delle risorse del Fmi e la percezione dell’alto costo per accedervi. Naturalmente, c’è un rischio morale associato all’espansione della rete di sicurezza. Ma l’azzardo morale non elimina la fattispecie per le assicurazioni, i vigili del fuoco o le banche centrali. Lo stesso vale per il Fondo.
Infine, se l’istituzione deve essere credibilmente globale, il suo lavoro principale non può essere lasciato in maniera permanente nelle mani di un europeo, per quanto ammirevoli siano stati alcuni di questi europei. Le istituzioni globali hanno bisogno dei migliori leader globali. Questi leader non dovrebbero essere scelti da un processo di negoziazione per il minimo comune denominatore, ma in modo aperto e trasparente, con i candidati che devono presentare le loro piattaforme per lo sviluppo futuro dell’istituzione.
Volontà di collaborare
Come ha affermato l’amministratore delegato del Fmi, Christine Lagarde, «le 44 nazioni riunite a Bretton Woods erano determinate a stabilire un nuovo corso – basato sulla fiducia reciproca e sulla cooperazione, sul principio che la pace e la prosperità derivano dal carattere della cooperazione, con la convinzione che l’ampio interesse globale supera quello personale». È il matrimonio di professionalità con questa volontà di cooperare che ha reso il Fmi un’istituzione cardine.
Forse la qualità più straordinaria del Fondo è la sua adattabilità. Avrà sicuramente bisogno di quella adattabilità negli anni a venire. Ma ancora di più, avrà bisogno di un mondo in cui le potenze dominanti credano in ciò che il Fmi incarna: professionalità, multilateralismo e, soprattutto, cooperazione. Se questo non è il mondo in cui opera, incontrerà delle difficoltà. Alla fine, il Fondo è il servitore del mondo. Può guidare, ma non può plasmare il mondo. Come cambia mondo, così farà il Fmi.
  • Martin Wolf è editor associato e commentatore capo dell’economia al «Financial Times».
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