martedì 23 giugno 2015

SCENARI DI GUERRA NUCLEARE (CE LO CHIEDE L'€UROPA!!)



EFFETTI DI ESPLOSIONI NUCLEARI E SCENARI DI GUERRA NUCLEARE

Roberto Renzetti

PREMESSA    Tutto cominciò così:

Figura 1: La prima bomba atomica viene spostata nel Trinity Site del New Mexico
Figura 2: la bomba viene agganciata per essere issata su un traliccio
Figura 3: inizia l'innalzamento
Figura 4: la bomba in posizione
Figura 5: a 0,006 secondi dall'inizio dell'esplosione
Figura 6: a 0,16 secondi dall'inizio dell'esplosione
Figura 7: a 10 secondi dall'inizio dell'esplosione
Figura 8: a 13 secondi dall'inizio dell'esplosione
Figura 9:  "Se la luce di mille soli scoppiasse nel cielo nello stesso istante, sarebbe come questo glorioso splendore" (Bhagavadgîtâ, poema   indù). "Io sono la morte, che carpisce ogni cosa che scuote i mondi " (Sri Krishma, da un poema indù): questi i versi che vennero in mente ad Oppenheimer  durante l'esplosione della prima bomba atomica.
Il 16 luglio del 1945, alle cinque e trenta del mattino, esplodeva la prima atomica della storia in un test a Trinity Site, nel deserto del New Mexico. 
Qualche giorno dopo, imbarcate queste bombe su due bombardieri USA, venivano sganciate su Hiroshima e Nagasaki realizzando uno dei più grandi crimini della storia dell'umanità.
Figura 10: l'esplosione su Hiroshima (6 agosto 1945)
Figura 10 bis: l'esplosione su Hiroshima (6 agosto 1945)
Figura 11: l'esplosione su Nagasaki (9 agosto 1945)
Figura 12: Hiroshima fotografata dai ricognitori USA prima del lancio della bomba
Figura 13 Hiroshima fotografata dai ricognitori USA dopo il lancio della bomba
Figura 14: Hiroshima al suolo
Figura 15: ... e con l'abilità, tipica USA,  di fare affari su tutto (si pensi all'epopea del West, il trionfo del genocidio indiano), anche la foto dell'esplosione con gli autografi dell'equipaggio che la sganciò.

Dopo queste foto che fanno intendere i disastri di Hiroshima, recentemente sono state rese pubbliche delle foto scattate da un soldato americano ignoto.
Di seguito pubblico l'articolo di Zucconi che le presenta per Repubblica ed ancora oltre riporto 10 fotografie che danno l'idea dell'orrore.
***

Le immagini scattate da uno dei pochi che non morirono all'istante
per oltre 60 anni sono state custodite nell'Archivio Hoover

 

Ecco le foto segrete di Hiroshima
Chi le scattò resta senza nome

 

dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI

Repubblica.it del 7 aprile 2008

WASHINGTON - In quel film dell'orrore senza fine che porta il nome di Hiroshima, altri spettri escono dalla grotta dove furono rinchiusi 63 anni or sono, e vengono a chiederci di essere ricordati. Non i corpi, caduti nell'istante del sole artificiale, ma le loro immagini, dieci scatti inediti impressi su un rullino fotografico, probabilmente da qualcuno di loro, prima di raggiungerli nel mucchio di cadaveri.

Sono dieci immagini mai viste finora eppure viste 250 mila volte, quanti furono, migliaio più migliaio meno perché nessuno conoscerà mai il totale, le vittime di "Little Boy", della prima bomba a fissione nucleare esplosa alle 8 e 15 del mattino del 6 agosto 1945. Fotografie che un soldato americano, Samuel Capp, trovò per caso frugando tra i morti e ispezionando una caverna dopo l'occupazione, e che tenne per sé, dopo averle sviluppate e viste, per oltre 50 anni, prima di rassegnarsi a donarle al fondo intitolato al presidente Herbert Hoover presso l'Università di Stanford, con l'impegno di non renderle pubbliche fino al 2008.
Tutte le immagini dei massacri, dei genocidi, delle fosse comuni sono oscenamente simili, perché i caduti, nelle guerre, giuste o sbagliate che siano, si somigliano sempre tutti. Guardare queste dieci foto, ritrovate e diffuse da un ricercatore della University di California a Merced, il professor Sean Malloy, per un libro sulla morte atomica, significa rivedere istantaneamente le cataste di cadaveri a Mauthausen, le fosse comuni in Ucraina, gli ebrei della rivolta di Varsavia, i bambini di Halabja, il villaggio gassato da Saddam Hussein, i soldati iracheni che vidi sollevati dalle ruspe americane e inglesi lungo la "autostrada della morte" fra Kuweit City e Basra nel febbraio del 1991 e poi ricoperti dalla sabbia, senza guardare troppo per il sottile chi fosse davvero morto o morente.
Quelle figure ritratte nelle nuove istantanee non sono più giapponesi o russi, asiatici o caucasici, bianchi, neri o gialli, nel gonfiore dei gas della putrefazione che sfigura volti e membra dopo poche ore, neppure maschi o femmine, vecchi o giovani. Soltanto i bambini si riconoscono. Sono cose, oggetti, statistiche, bilanci, cifre per gli storici che hanno catalogato i 50 milioni di morti - come l'intera popolazione italiana di oggi - divorati dal più grande massacro indiscriminato che mai l'umanità avesse inflitto a sé stessa, i 190 mila civili olandesi, i 170 mila civili italiani, i 400 mila francesi, i 290 mila militari americani, i sette milioni di russi, i corpi calcinati di Dresda o di Coventry. E il milione e duecentomila civili giapponesi arsi vivi o vaporizzati nei bombardamenti incendiari di Tokyo, ancor più micidiali delle due armi atomiche, a Hiroshima, a Nagasaki.

Di fronte a queste fotografie si può invocare il diritto della propria causa, si possono e si devono ricordare le responsabilità, ma nessun combattente può mai pretendere l'assoluzione preventiva dalle atrocità implicite in tutte le guerre, come sta dimostrando l'Iraq. Se il generale William "Tecumseh" Sherman, il condottiero nordista che mise spietatamente a ferro e fuoco il Sud e la città di Atlanta nella propria marcia vittoriosa, avesse potuto vedere queste nuove foto dall'abisso, avrebbe ripetuto il proprio amaro commento,: "War is hell", la guerra è inferno, e non c'è modo per addolcirla.

Non c'è meccanismo ideologico o di propaganda che possa ingentilire e infiocchettare queste fascine di corpi che furono esseri umani.
Ogni guerra, ogni genocidio, ogni olocausto ha sempre almeno un superstite, un testimone, un documento che sopravvive e che torna a raccontarceli, come queste foto. Da Hiroshima, dove oggi si può passeggiare nella quiete soffocante del "Parco della Pace", fra il museo dei reperti e delle memorie, il ponte a "T" sul fiume che servì da bersaglio al bombardiere della "Enola Gay" e la scultura astratta della cupole ischeletrita della Camera di Commercio, la processione di ricordi continuerà.

Chissà quanti dei reperti ancora viventi che portano sul proprio corpo i "cheloidi", le cicatrici mostruose delle ustioni nucleari, come la bambina sessantenne che mi accompagnò per le strade che aveva percorso quella mattina d'agosto, salvandosi soltanto perché aveva perduto il tram, conservano segreti che ancora non vogliono raccontare e forse non racconteranno mai. Perché gli "hibakusha", i colpiti dalle ustioni nucleari, come sono clinicamente chiamati, sono prima giapponesi che vittime e sentono dunque la vergogna, il pudore di essere vittime.

Il coraggio di vergognarsi per le colpe altrui, il pudore difficile del male subìto che questa fotografie squarciano con la loro innocente oscenità, sono ciò che spinse un fotografo anonimo, quasi certamente un cittadino qualsiasi e un moribondo lui stesso, a scattare queste istantanee per noi. Che portò un reporter giapponese professionista, Yosuke Yamahata, a fiondarsi nel braciere ancora caldo di Hiroshima il 10 agosto '45, appena quattro giorni dopo l'esplosione, per raccogliere le prime immagini, prima che le ancora efficientissime autorità imperiali e poi i bulldozer americani rimuovessero i 130 mila morti istantaneamente o dopo qualche ora di sofferenza squassati dai conati, dal sangue che fuoriusciva dalle loro orecchie.

Pur sapendo, il fotografo, che avrebbe pagato con un cancro da radiazioni che infatti lo uccise, la testimonianza.

Sospetto, per quel poco che so del Giappone, che se quelle fascine di corpi fissate sulle nuove foto emerse da Hiroshima potessero miracolosamente alzarsi e parlare, ci chiederebbero scusa per l'imbarazzo che suscitano in noi che li guardiamo. "Suimasèn, suimasèn", scusate, perdonate, come le madri che si lanciavano singhiozzando con i figli stretti in braccio dallo scoglio dell'isola di Saipan, per sfuggire all'umiliazione della cattura e farsi perdonale dall'imperatore.

Come gli ufficiali rimasti senza munizioni nella caverne di Okinawa e costretti dal "bushido", dal codice d'onore dei samurai, al suicidio.

In queste ore, dopo la riesumazione della nuova processione di spettri 63 anni dopo, sulla rete, sui blog americani che le hanno diffuse ribolle il fiume della la rissa fra chi rivendica l'inevitabilità strategica delle due bombe atomiche sganciate per evitare un'invasione di 500 mila possibili caduti americani e chi grida alla odiosa vendetta contro una nazione ormai disfatta, ma sempre odiata e aliena, come mai furono odiati o alieni gli altri nemici del Patto Tripartito, gli italiani di Mussolini e i tedeschi di Hitler.

La solita, stucchevole rimasticazione di processi revisionisti, di fronte a morti che chiedono soltanto di essere ricordati e scusati per essere morti. E noi li perdoniamo, se loro perdonano noi.

(7 maggio 2008)


Figura 16: orrore
Figura 17: orrore
Figura 18: orrore
Figura 19: orrore
Figura 20: orrore
Figura 21: orrore
Figura 22: orrore
Figura 23: orrore
Figura 24: orrore
Figura 25: orrore


L'ESPLOSIONE D'UN ORDIGNO NUCLEARE

L'esplosione di un ordigno nucleare, sviluppando temperature di decine di milioni di gradi, produce nell'aria una sfera di fuoco che, come un piccolo Sole, emette radiazioni luminose e termiche che viaggiano alla velocità della luce. La sfera di fuoco della bomba di 1 megatone (1 Mton), alla quale mi riferirò, che esplodesse in aria, apparirebbe a 100 Km molte volta più luminosa del sole medesimo.
L'enorme aumento di pressione prodotto dall'esplosione genera un'onda d'urto che viaggia a velocità un poco superiore a quella del suono (circa 500 m/s). Se l'esplosione avviene in aria a piccola quota (ad esempio: 600 m), l'onda d'urto viene riflessa dal suolo dopo aver provocato un cratere profondo 80 m e largo 700 m.
Qualche secondo dopo l'esplosione, il gas caldissimo contenuto nella sfera o palla di fuoco acquista una velocità ascensionale risucchiando violentemente verso l'alto l'aria ed i detriti circostanti (provocati dall'esplosione appena avvenuta) assumendo la caratteristica forma a fungo.         La differenza con un esplosivo tradizionale è presto detta:

ESPLOSIVO CONVENZIONALE, dopo la deflagrazione:
  • si ha a che fare solo con l'onda d'urto o onda di pressione  e,  in misura ridotta,  con l'onda di calore
ESPLOSIVO NUCLEARE, dopo la deflagrazione:
  • si ha a che fare con l'onda d'urto o onda di pressione che impiega circa il 50% dell'energia
  • si ha a che fare con la radiazione termica o onda di calore che impiega circa il 35% dell'energia
  • si ha a che fare con la radioattività o onda radioattiva (fall out) che impiega circa il 15% dell'energia
  • si ha a che fare con il fall out, la ricaduta dopo tempi differenti di materiale radioattivo sollevato in quota