Non troveremo mai la verità se non saremo disposti ad accettare anche ciò che non ci saremmo mai aspettato ....
--- "Gli uccelli nati in una gabbia pensano che volare sia una malattia" - Alejandro Jodorowsky
‘Fino a che non diventeranno coscienti del loro potere, non saranno mai capaci di ribellarsi, e fino a che non si saranno liberati, non diventeranno mai coscienti del loro potere.’ - Eric Arthur Blair
Notizie da un altro pianeta: il rimboschimento di Cina e India
di Pierluigi Fagan
La NASA ha pubblicato
su Nature uno studio incredibile. Tramite osservazione satellitare, si
sono accorti che il pianeta Terra è più verde di venti anni fa. Se ne
sono accorti dopo un po’ dall’inizio del monitoraggio appunto venti anni
fa, ed avevano pensato che questa ripresa del verde planetario fosse un
prodotto inaspettato dell’esubero di CO2, una sorta di effetto benefico
collaterale all’effetto ritenuto malefico dell’eccesso di emissioni,
una applicazione della logica Zichichi, un maitre à penser che
ultimamente ha molto seguito qui da noi.
Col tempo però, comparando le rilevazioni su mappe, hanno scoperto che
tutto il rinverdimento planetario era concentrato in due zone di questo
strano altro pianeta, le zone dette “Cina” ed “India”. Caramba, che
sorpresa! Hanno poi scoperto che gli abitanti di questo strano altro
mondo, i cinesi, usano quello che chiamano “Esercito Popolare” per
piantare alberi che contrastino l’avanzata dei deserti interni ed anzi,
pare che questi strani esseri si siano messi in testa di rubare spazio
al deserto stesso, piantando alberi a ripetizione. Un esercito di
vangatori, che buffa idea, no? Mettete dei fiori nei vostri cannoni,
diceva una antica canzone … . Si sono anche detti sorpresi del fatto
che, alla stessa NASA, avevano letto i giornali che mostravano quanto
pazzi fossero questi cinesi che si auto-soffocavano con l’emissione di
CO2 a causa della dissennata idea di far avanzare il loro sviluppo.
Ma
allora non erano così pazzi se il satellite dotato addirittura di un
Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer, o Modis (un po’ di
auto-pubblicità su gli effetti meravigliosi degli investimenti in
tecnologia ci vuole sempre, no?), mostrava questa massiccia avanzata del
bosco cinese.
Quanto a quegli altri alieni degli indiani, alla NASA hanno scoperto che
a furia di fare figli che chiedevano di mangiare, si sono messi a
coltivare sempre più spazio con culture multiple.
Insomma, i bizzarri indiani continuando pervicacemente a volersi
nutrire con i vegetali, con l’agricoltura invece che le manipolazioni
molecolari driven by biotecnologie di società quotate in borsa
(creazione di valore dogma centrale della nostra forma di civiltà
avanzata), piantano cose che poi crescono aumentando il verde. Che
buffo, no?
Certo, che i cinesi siano strani visto che si ostinano a definirsi
addirittura "comunisti", si sa, ma gli indiani sarebbero pure
"democratici". Cose dell'altro mondo ...
E dire che invece, qui nel nostro pianeta, il nostro campione del nuovo
Sud America liberato dalla presa dell’illiberismo chavista-lulista,
Bolsonaro, il verde lo sta eliminando. Mah, comunque in quell’altro
strano pianeta del quale non avremmo notizie senza l’occhio vigile della
NASA, anche gli etiopi stanno piantando alberelli, 350 milioni per la
precisione in meno di dodici ore, giusto ieri. Su quell'altro pianeta
sottosviluppato, deve esserci una strana epidemia di ragion pratica ...
Mano umana (nome della strana specie che abita questo altro pianeta di
esseri strani), non mano invisibile. La mano invisibile il verde lo
distrugge per creare valore salvo poi mandare ragazzine con l’aria truce
in giro per le grandi assemblee dei potenti a far da coscienza infelice
che ammonisce.
Qui da noi, allora, si scrivono corposi libri
sull’Antropocene, usando carta che è presa dagli alberi che Bolsonaro
sta buttando giù. Lì invece nell’altro pianeta, non scrivono libri ma
prendono zappe e vanghe e piantano semi.
Chissà, magari invece che lo scontro delle civiltà e la guerra dei
mondi, ci converrebbe copiare questi alieni animati da una ragione
strumentale così diversa dalla nostra? Chissà, forse è una fake news
della sezione orientalista della NASA …
["Richiede una mente davvero insolita intraprendere l'analisi dell'ovvio" A. N. Whitehead]
Secondo tutti i film prodotti quando l’umanità
pensava di poter curare gli omosessuali con gli schiaffi viviamo in un
futuro da fantascienza. Certo, non abbiamo macchine volanti, non viviamo
in un’era post-razziale o nelle colonie su Marte, però abbiamo l’etica.
E una bussola morale formata dalle gif di Beyoncé che ci spiegano come
navigarla.
Etica, infatti, è la parola del futuro. E quindi del nostro presente. Il lavoro è etico. La musica è etica. Lo sono le tasse. Anche le banche, ormai, sono etiche.
“Etica” è diventata la parola con cui definire noi stessi e chi ci
circonda. Dividiamo le persone in buone o cattive a seconda di quanto
rispecchiano la nostra idea di “etica”. Ma cosa si intende esattamente
con “etica”? Tutti i più grandi pensatori della storia hanno scritto e
dibattuto sul suo significato. Da Aristotele a Socrate, fino a Confucio.
Da Tommaso D’Aquino a Kant, fino a Giulia Innocenzi. Nessuno, prima di
lei, aveva però mai trovato una definizione precisa e sintetica di
“etica”.
Etica, sostiene la collaboratrice di Santoro nel suo libro “Tritacarne”, significa non uccidere gli animali.
Sarebbe intellettualmente disonesto, però, attribuire quest’idea esclusivamente alla giornalista de Il Falso Quotidiano;
una riflessione così complessa richiede un’estensione computazionale
non ascrivibile singolarmente a Giulia Innocenzi. Per arrivare a questa
epifania intellettuale sono stati necessari milioni di vegani nel mondo.
I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È
quella a cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia
spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica.
Hanno pure creato il “Parma Etica Festival”,
una rassegna in cui si celebrano culture, tradizioni e usanze
alimentari allogene con il nobile scopo d’aiutare le persone a
dimenticare di vivere a Parma. Tre giorni di talk, workshop e seminari
sull’etica vegan e vegetariana. E sulla “psicogenealogia transgenerazionale”, una branca della psicologia che unisce le esperienze traumatiche dei tuoi avi del Rinascimento con le difficoltà di ricezione di Lifegate.
Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”.
Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche,
salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”.
Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa.
La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed
è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione
di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del
Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto
l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il
prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la
tonnellata, ma alcune varietà più pregiate – rossa real e nera – possono superare i 4mila e gli 8mila euro.
Per questo motivo in Bolivia, un Paese in cui il 45% della popolazione
vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la
loro dieta, immutata per oltre 5mila anni. La quinoa, ormai troppo
preziosa per essere consumata localmente, viene quasi interamente
venduta o scambiata per Coca-Cola, dolciumi industriali e altri prodotti
della dieta occidentale.
La situazione è così grave da aver creato un inedito banditismo locale,
che lotta a colpi di rapimenti e di candelotti di dinamite per la
conquista di terreni coltivabili a quinoa. La diversità biologica delle
coltivazioni è stata inoltre quasi completamente distrutta per essere
convertita in una monocoltura di questa pianta. Per gli agricoltori non
avrebbe senso fare diversamente.
In Perù, dove il 22% della popolazione
vive in povertà, la situazione non è migliore. Un chilo di quinoa costa
dieci soles, circa 2,70 euro: più del pollo e quattro volte il riso.
Secondo le statistiche governative il consumo è crollato a livello
nazionale per questo motivo. Una notizia preoccupante, visto che proprio
per le eccezionali proprietà nutritive la quinoa risultava fondamentale
per sostenere la popolazione nelle zone più povere del Paese, colpite
da un livello di malnutrizione infantile fra i più alti in Sud America.
Secondo l’UNICEF il 19.5% dei bambini peruviani soffre oggi di malnutrizione cronica.
Il paradosso è evidente: mentre nei Paesi d’origine è diventato più
conveniente mangiare l’hamburger di una multinazionale, i ricchi europei
e americani possono consumare l’etico, salutista e sostenibile burger vegano di quinoa.
Magari con una maionese di anacardi, altro alimento necessario per mantenersi etici e che nei piatti vegani risulta fondamentale per simulare ricette
realizzabili tradizionalmente solo attraverso il latte animale, come la
besciamella, i “formaggi” da spalmare, il ripieno della cheesecake, i
gelati e le mousse.
Ma da dove arrivano gli anacardi che finiscono nei dolci cruelty free?
Per il 40% dal Vietnam, Paese che ha deciso di adottare per la loro
raccolta una filiera produttiva che ricorda le dittature più tiranniche
della storia, tipo la Corea del Nord di Kim Jong Un, la Romania di
Ceaușescu o la Apple di Steve Jobs.
Secondo un dettagliato reportage di Human Rights Watch,
gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro
forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati.
Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi
da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare
otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione
di un anacardo ogni sei secondi. Chi non rispetta questi standard
subisce svariate punizioni corporali: viene picchiato con bastoni
chiodati, rinchiuso in celle d’isolamento, costretto al digiuno e
privato dell’acqua. In molti casi torturato con l’elettroshock.
Per questo motivo Human Rights Watch li ha definiti “anacardi insanguinati”, come i diamanti africani.
La filiera però non termina in Vietnam: il 60% degli anacardi
viene processato nel Sud dell’India, nelle zone più povere del Paese.
Il guscio, spesso e resistente, viene spaccato a mano da donne che
lavorano sedute nella stessa posizione per dieci ore al giorno. Ma non è
la fatica il vero problema. Gli anacardi sono protetti da due gusci
interni che rilasciano un olio caustico
formato da acidi anacardici, cardolo e metilcardolo: queste sostanze
bruciano in modo profondo e permanente la pelle delle lavoratrici che
non possono permettersi dei guanti di protezione. Per la loro mansione
vengono infatti pagate appena 2,20 euro al giorno. In India gli anacardi
sono considerati un lusso da consumare solo durante le feste più
importanti. Così, alla fine dei turni, le operaie vengono anche
perquisite, come le donne in reggiseno e slip che tagliavano la cocaina
per Pablo Escobar.
Ma è facile dimenticare tutto questo quando ogni nervo nella tua lingua vibra dopo aver assaporato questa cheesecake
vegana crudista con fragole, mandorle e anacardi. Riesce a farti
pensare nello stesso momento “non riesco a credere che la dolce
cremosità non sia data da Philadelphia” e “fanculo le donne nel terzo
mondo”.
È utile parlare anche della base di questo dolce, capace di innalzare
lo spirito di chiunque da “crudo” a “etico”: è fatta di mandorle,
l’ennesimo alimento esploso in popolarità – con un prezzo triplicato in 5 anni–,
grazie al suo apporto naturale di calcio, essenziale nella dieta
vegana. Da questi frutti si ricava un latte utilizzato per realizzare mozzarella, ricotta e molti altri tipi di formaggi e creme. La richiesta è aumentata a tal punto da costringerci a importarle quasi totalmente
dall’estero, nonostante le nostre millenarie tradizioni legate al loro
consumo. Principalmente dalla California, responsabile dell’82% della
produzione mondiale. Un quasi-monopolio in crescita costante, che ha
messo lo stato americano in ginocchio per il prosciugamento delle riserve idriche. Per produrre una singola mandorla sono necessari infatti oltre 4 litri d’acqua – e la California ne produce ogni anno più di 950mila tonnellate. Le ripercussioni della siccità sulla fauna sono devastanti: sono
morti oltre 4mila cervi in un anno; alci, linci, volpi, coyote e orsi
sono talmente assetati da spingersi con sempre maggiore frequenza nelle
zone abitate dall’uomo. Diverse tribù di Nativi Americani stanno cercando di salvare
il salmone Chinook, un pesce fondamentale per la loro storia e cultura:
peccato che l’acqua che potrebbe evitarne l’estinzione venga deviata
per centinaia di km per essere usata nei frutteti di mandorle.
Ma a contribuire all’aridità dei terreni non sono solo le mandorle.
L’altro grande responsabile è forse l’alimento più rappresentativo della
moderna narrativa del cibo, passato da nutrimento a status symbol politico per food stylist: l’avocado. Per produrre mezzo kg di avocado vengono mediamente impiegati 270 litri d’acqua. Il risultato sono i quattro anni consecutivi in cui la California registra la peggior siccità della storia. Brindiamo con questo avocado alle mandorle offerto da “La cucina etica”!
Certo, c’è chi se la passa peggio.
Il vicino Messico in meno di 10 anni ha decuplicato gli export di avocado – conosciuto ormai da quelle parti come “oro verde”– diventandone
il primo produttore al mondo. L’offerta, però, non riesce a soddisfare
la domanda. I prezzi in continua salita stanno portando a una deforestazione
che tocca i 700 ettari all’anno; in dieci anni, per lasciare spazio ai
frutteti di avocado, è svanita un’area di foresta grande quattro volte
la Lombardia. Come per la California, questa perdita sta trasformando
radicalmente la vita di flora e fauna. Milioni di farfalle monarca
scelgono per la riproduzione e lo svernamento proprio le aree in
deforestazione del Michoacan, la capitale mondiale dell’avocado: senza
vegetazione il loro destino è l’estinzione. L’enorme quantità di
pesticidi e fertilizzanti necessari per la coltivazione degli avocado
stanno inoltre avvelenando le riserve acquifere da cui si abbeverano
animali e popolazione locale. Il controllo di questo enorme business è
in mano al cartello dei “Cavalieri Templari”, l’organizzazione criminale
responsabile della distribuzione di crystal meth negli Stati Uniti, che
ha scoperto un inedito pollice verde da quando i ricavi della vendita
di avocado sono passati dai 90milioni di dollari del 2000 agli 1.3
miliardi del 2012.
Le tattiche sono le stesse usate da tutti i mafiosi del mondo. Chi
non paga il pizzo si trova i frutteti bruciati. Chi prosegue nel non
assecondare i taglieggiatori va incontro alla morte o a quella dei
propri cari. Molteplici i casi di stupro. Un giornalista di Vocativ racconta la storia
del rapimento di due figli di un agricoltore. Per il riscatto da 1.5
milioni di dollari ha venduto tutto ciò che possedeva. I figli non li ha
mai più rivisti.
Per questo motivo si parla di “avocado insanguinati”. Come i diamanti. Come gli anacardi.
Ma persino gli avocado non sono nulla in confronto al più grande
distruttore di foreste del mondo: la soia. Per questo legume ogni anno
viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale Argentina, situata
nella provincia di Cordoba. Otto milioni di ettari – un’area grande quanto il Portogallo. In Brasile, dal 1978 a oggi, sono sparite invece Italia e Germania.
Ma a chi importa, no? Del resto la foresta pluviale serve solo a
produrre il 28% dell’ossigeno che respiriamo e a stabilizzare il
surriscaldamento globale attraverso l’assorbimento di anidride
carbonica. Certo, uccidere miliardi di persone facendo innalzare il
livello degli oceani a causa dello scioglimento dei ghiacciai è un equo
sacrificio rispetto alla vita di una quaglia del Molise, peccato che la
foresta contenga anche il 40% delle specie animali viventi.
Questo però non intacca lo status della soia come alimento principe della dieta vegana – il sito de “La cucina etica” contiene 952 ricette basate su questo ingrediente. Secondo una ricerca dell’università di Oxford,
il 73% dei vegani consumerebbe ogni giorno almeno 11 grammi di proteine
provenienti dalla soia, ricca inoltre di fibre e minerali che
altrimenti verrebbero a mancare nell’organismo di una persona che non
mangia carne.
Ora so cosa staranno pensando i vegani. “La maggior parte della soia
viene coltivata come mangime animale, non per l’uomo!”. È vero, il 70%
della produzione mondiale di questo legume è destinata agli allevamenti
di bestiame, ma la nota lobby dell’industria della carne, conosciuta
anche come WWF, ha commissionato nel 2009 una ricerca alla Cranfield University
che riflette proprio su questo dettaglio. Lo scopo dello studio è
immaginare scenari che potrebbero ridurre del 70% l’emissione di gas
serra. I ricercatori giungono a questa conclusione: “sostituire latte e
carne con analoghi alimenti raffinati come il tofu potrebbe aumentare la
quantità di terreno arato necessario per soddisfare il fabbisogno
alimentare”.
Infine, se la propaganda “etica” funzionasse veramente e smettessimo
tutti di consumare prodotti animali, la deforestazione e il
surriscaldamento terreste aumenterebbero. Questo perché una vasta
quantità di alimenti consumati dai vegani richiede una lunga filiera di
lavorazione, dalla coltivazione a migliaia di km ai numerosi processi
necessari per trasformare la soia nell’unico alimento più insapore del
pollo: il tofu.
Provate a cercare un ristorante vegano interamente a km.0 nella vostra città. Non esiste. Il massimo che potete trovare è un ristorante possibilmente a km.0.
La verità, come ipotizza la ricerca del WWF, è che una cucina vegana
equilibrata non è sostenibile per l’ambiente. Certo, esiste chi si ciba
solo di frutti autoctoni, ma i rischi cui si va incontro sono una
carenza di calcio, una pericolosa mancanza di acidi grassi essenziali e
una predisposizione ad ascoltare Enya.
Perché, quindi, la giunta Appendino, dopo essersi insediata, ha parlato
di “promozione della dieta vegana sul territorio comunale come atto
fondamentale per salvaguardare l’ambiente, la salute e gli animali”?
Perché l’unica critica rivolta ai vegani è quella di essere vegani.
Basti pensare che negli ultimi anni hanno avuto come principale
antagonista intellettuale Giuseppe Cruciani, il conduttore di uno Zoo di
105 per uomini che scrivono “Liceo Classico” nella bio di Tinder.
Ma non c’è nulla di sbagliato nell’essere vegani, è una scelta personale, come tante altre.
Il problema nasce quando si passa da una scelta di vita a una
presunta scelta etica, motivata dal voler salvare l’ambiente o gli
animali. Questo significa mettersi in una posizione di superiorità
morale che semplicemente non trova corrispondenza nei fatti. È solo un
voler apparire ecologisti.
Il movimento vegano usa la parola “specista” per apostrofare chi
secondo gli adepti non mette vita animale e umana sul medesimo piano di
importanza. Quale parola dovremmo usare per identificare chi sceglie di
dare priorità alla propria coscienza piuttosto che alla vita, alla
salute e alla serenità di altri esseri umani? Soprattutto quando
parliamo di persone che vivono nei Paesi in via di sviluppo, mentre la
coscienza risiede in un corpo con un taglio asimmetrico che vive tra
Berlino, Milano o Londra.
Nessuno lo può sapere. L’unica cosa che possiamo fare, la prossima
volta che ci troveremo a mangiare in una hamburgheria artigianale con un
amico vegano, è aiutare chi ci sta di fronte a scegliere. Fra il burger
di quinoa con guacamole e mayo di mandorle e l’unica scelta etica
possibile: il digiuno.
Alla
fine dell’agosto scorso ho scritto un post avvertendo che con il Ceta
tra Canada ed €uropa, si voleva attuare il Ttip in forma surrettizia e
indolore, permettendo alle oligarchie europee di bypassare la massiccia
avversione contro il sedicente trattato commerciale che si voleva
stipulare con Washington, senza tuttavia rinunciare alla natura politica
di natura reazionaria e antidemocratica che si voleva attuare.
Nulla da allora è cambiato se non il fatto che adesso il Ceta arriva
all’approvazione dei parlamenti nazionali senza una visibile opposizione
popolare e decretando il successo dell’operazione cavallo di Troia che è
stato imbastita dalle oligarchie brussellesche.
Innanzitutto il
trattato commerciale con Ottawa, ha gli stessi contenuti di quello che
si voleva fare con gli Usa: anch’esso contempla la facoltà delle grandi
imprese di fare causa ai governi che dovessero danneggiare i loro
interessi attraverso leggi a tutela dell’ambiente, della salute, del
lavoro, dei cittadini il che precostituisce un precedente per il
definitivo abbattimento della democrazia.
Certo il Canada fa molto meno
paura degli Usa anche se le sue potenzialità agricole sono tali da far
temere la distruzione finale dell’agricoltura europea per la felicità
delle grandi aziende alimentari con i loro prodotti omologanti. Già un
anno fa il pizzicagnolo del renzismo Oscar Farinetti aveva preparato il
terreno al Ceta impegnandosi in un assist nei confronti del grano
canadese, proprio lui che finge di andare a cercare il locale e il
gourmand (qui).
Ma questo è ancora il meno: il Canada infatti è strettamente legato
agli Usa con il Nafta, un accordo del tutto simile a quello
transatlantico e ospita sedi ufficiali di moltissime multinazionali Usa,
per cui il Ceta finirà per rivelarsi un Ttip indotto per osmosi, ovvero
una nuova dose di globalizzazione selvaggia e di distruzione della
democrazia. Già da ora, grazie all’opera instancabile di un parlamento
illegittimo, i consumatori italiani potranno progressivamente dare
l’addio alle tutele alimentari le quali a partire dal momento in cui il
trattato verrà approvato, cominceranno ad essere considerate come un
indebito ostacolo ai profitti delle multinazionali e dunque passibili di
processi di fronte a tribunali formati da lobbisti. Ogm a catinelle,
polli al cloro, carni all’ormone selvaggio, mega ortaggi insapori
saranno inarrestabili causando per giunta lo scasso finale del nostro
settore agroalimentare, il quale sopravviverà solo in prodotti di
nicchia acquistabili esclusivamente dai ricchi. Non ha alcuna
importanza dire che ogm o carni agli ormoni non fanno direttamente parte
del Ceta, anzi si tratta di un vero e proprio inganno: il trattato
introduce nelle norme U€ relative alla sicurezza alimentare le regole
sanitarie e fitosanitarie dell’Organizzazione Mondiale del Commercio,
dettate in sostanza dagli Usa, già utilizzate in passato con successo
per attaccare in sede internazionale, proprio le normative €uropee. Domani potranno contare anche sulla persuasione delle multe.
Secondo i pensierini grossolani della Commissione €uropea, neo
liberista e neo primitivista, l’arrivo dei prodotti agroalimentari
canadesi potrà contribuire a mantenere bassi i prezzi a beneficio dei
consumatori, mentre l’agricoltura UE trarrà benefici dalla possibilità
di esportare alimenti di alta qualità a beneficio dei canadesi più
abbienti. Si tratta di ragionamenti idioti e fuori di senno, compitini
da liberisti elementari intanto perché proprio i più abbienti già
utilizzano questi prodotti di qualità senza spaventarsi per qualche
soldo di dazio ( per i Paesi €uropei sono già bassi) e poi perché il
Canada ha una popolazione dieci volte inferiore a quella europea, il che
significa che i produttori di altra qualità in €uropa sono
probabilmente più dei consumatori benestanti canadesi. A questo si
aggiunge il fatto che la superficie media delle aziende agricole
canadesi è circa venti volte più grande di quella europea (315 ettari
contro 16) che di fatto mette fuori gioco i nostri agricoltori con costi
di produzione più bassi.
Qui di seguito una sorta di tabella che mostra visivamente l’abominio costituito dal Ceta:
Il Canada è il maggior produttore al mondo di Ogm e i non c’è alcun
obbligo di segnalarli in etichetta, il che al di là di ogni
considerazione, ci dà la certezza di ricevere prodotti inquinati dai
glifosati e dalle micotossine.
Gli standard delle aziende agroalimentari canadesi sono inferiori a quelli imposti nella U€
Il Canada non impone agli allevatori di bestiame standard minimi di benessere animale riconosciuti invece nel nostro continente
In Canada il pollame e la carne bovina vengono
igienizzati, dopo la macellazione, con un risciacquo di acqua e
candeggina: una pratica che l’U€ non consente, dato che essa affida
l’igiene delle carni macellate al rispetto di una serie di procedure
relative ad ogni fase della lavorazione
Il Canada permette l’uso di ormoni della crescita per
l’allevamento dei bovini, l’uso della ractopamina – un promotore della
crescita – nell’allevamento di maiali, tacchini e bovini; talvolta
permette anche l’uso di antibiotici come promotori della crescita.
Nell’U€ queste pratiche sono vietate per salvaguardare la salute umana.
Le denominazioni geografiche d’origine dei prodotti sono completamente sconosciute in Canada come negli USA, essendo notoriamente analfabeti alimentari......
E’ inutile illudersi o fingere di credere alle buone intenzioni: in
poco tempo tutto questo sarà giocoforza accettato anche da noi, come lo
sono state le imposizioni del Wto anche perché altrimenti il trattato
stesso non avrebbe senso, mentre per quanto riguarda i prodotti di
qualità che dovremmo esportare sotto protezione essi sono soltanto 175
su alcune migliaia di Dop e Igp continentali di cui 1.500 italiani, ma
godono di un presidio pressoché nullo visto che chi già oggi in Canada
produce feta, fontina, gorgonzola, asiago, parmesan (la trasformazione
del nome è dovuta solo all’inettitudine linguistica anglosassone),
mortadella – sono solo esempi – potranno continuare a farlo e lo stesso
vale per chi ha soltanto depositato dei marchi. In futuro nuovi
eventuali produttori dovrebbero essere costretti ad usare l’espressione
“tipo” o “stile”, ma si tratta in realtà di un truffone: poichè i
prodotti di eccellenza, ovvero i Dop e Igp sono composti di più nomi a
loro basterà usarne solo uno per essere in regola. Ad esempio non
potranno scrivere mortadella di Bologna, ma mortadella e Bologna sì, non
Prosciutto di Parma, ma Prosciutto o Parma sì, non cotechino o zampone
di Modena, ma cotechino o zampone sì, non riso nano vialone Veronese,
ma riso Veronese o riso nano sì. Senza contare le infinite possibilità
di inglesizzazione o semplicemente la facoltà di aggiungere al nome del
prodotto l’aggettivo Canadese che comunque non toglie del tutto
l’appetibilità di un prodotto tipico.
E’ evidente che il colpo da dare alla democrazia attraverso
l’introduzione di trattati commerciali che in realtà ratificano la
facoltà delle multinazionali di fare legislazione con il pretesto della
protezione degli investimenti, è più importante dell’agricoltura che
peraltro ormai garantisce pochi voti. Del resto l’ottusità a tutta
prova di alcune filere di produzione “nobile” si illudono di vendere
chissà cosa in più, viene in aiuto a questi piani: quando dopo aver
ballato due o tre anni si accorgeranno che sarà il parmesan a vincere e
non loro, capiranno l’errore. Troppo tardi ovviamente, ma chi è causa
del suo mal pianga se stesso. State tranquilli, noi abbiamo Beppe, fidatevi di lui .......
Il marcio prima o poi viene galla, anche se non ci si fa nemmeno più
caso e molti ipnotizzati lo scambiano per spuma delle onde. Ma più che
il marcio l’universo di menzogne e di ideologismi, di potere e di
cinismo dal quale esso nasce e che crea un mondo deformato dove ogni
cosa ha senso solo e soltanto in relazione al profitto. Un esempio
minimo, ma chiarissimo di quello che intendo è l’outing cerearicolo di
Oscar Farinetti, l’amico di Renzi, il modello prediletto di
quell’imprenditoria vuota che è la stella polare del premier, lo stampo
in grande del suo stesso ambiente e dei suoi istinti. Come forse molti
avranno sentito l’imprenditore ( che in realtà di nome fa Natale, ma si è
ribattezzato Oscar, de gustibus) ha detto che il grano italiano è una
schifezza, inadatto a fare la pasta e che bisogna approvvigionarsi di
frumento ogm dal Canada dove se ne produce tanto e della qualità giusta
per il maccarone, cosa per la quale il Ttip è una mano santa.
Ora è piuttosto strano che il luogo dove è nata la pasta non produca
il grano adatto, anzi diciamo che è una vera cazzata, detta da uno che
di cibo non capisce una minchia come del resto ci si aspetta da chi ha
curato l’impresa paterna Unieuro, (“l’ottimismo è il profumo della
vita!, ricordate?) appropriandosi poi di un’eredità marginale e mai
coltivata in proprio, ma certamente i costi e il prezzo non
sono confrontabili con le grandi produzioni di massa del nord america:
quindi la questione riguarda più da vicino il profitto che la qualità. Se finora è stata importata la metà del grano duro necessario tanto vale
smantellare la produzione italiana e importare tutto, magari anche un
grano che fornisce pasta molto diversa da quella originale e più simile
al gusto americano che a quello nostro. Con la conseguenza a medio
termine che non avrà più alcun senso comprare a costi alti la pasta
italiana visto che è uguale a quella prodotta worldwide.
Ma a Farinetti
non interessa il futuro, bensì l’immediato presente. Il fatto è che
questo figlio di papà, nato con la pappa, anzi anzi con la pasta fatta, è
assurto a gloria nazionale con l’idea di Eataly, ovvero con centri dove
si smerciano a costo elevato prodotti di nicchia, produzioni artigiani o
presunte tali e insomma tutto il birignao medio borghese emergente del
mangiar bene che una volta si sostanziava nell’andar dal contadino o
mangiare nella trattoria da camionisti e poi nell’adorazione degli chef:
cibo griffato, destinato a chi vuol darsi un tono e non avendo
educazione al gusto vuole la garanzia della firma e il visto di
autenticità. Spesso anche se non sempre, si tratta di pura speculazione,
di operazioni acchiappa citrulli, ma sta di fatto che Farinetti ha
cavalcato l’onda del cibo di nicchia e le suggestioni della tradizione,
intuendo perfettamente lo spirito del tempo, ma adesso improvvisamente e
forse per l’esaurirsi di questa spinta, si libera dei panni che gli
hanno fruttato bei soldini e si converte alle produzioni di massa. E
diventerà il leader della pasta di Gragnano (possiede il pastificio
Afeltra) con grano ogm canadese, brevettato dalla Monsanto per resistere
agli erbicidi con glifosato, recentemente dichiarato cancerogeno
dall’Organizazione mondiale della sanità e coltivato su appezzamenti di
terreno comprati da società saudite.
La conversione di Farinetti al grano canadese venuta l’altro giorno
subito dopo le limitazioni poste all’uso dei glifosati da parte del
ministero della salute e le sue insistenze sul Ttip ( e sul Ceta un
analogo accordo col Canada) che cominciano già a giugno scorso, forse
non sono casuali: Berlino ha buttato sul piatto del trattato
transatlantico l’acquisto di Monsanto da parte della Bayer, anche se la
cosa non può essere dichiarata pubblicamente visto che il 90% dei
tedeschi è avverso all’uso dei glifosati. Ma certo una volta in vigore
il Ttip la Monsanto Bayer potrebbe agevolmente chiedere ed ottenere la
revisione di ogni legislazione prudente o contraria agli ogm e
sopratutto agli erbicidi di questa classe cui spesso è correlata la
variazione genetica apportata a mais e cereali perché vi resistano. Tanto più che essendo ormai la Monsanto europea costringerebbe tutti i
Paesi membri ad adeguarsi automaticamente. A questo approda alla fine il
progetto chic e sciocc di Eataly; avremo anche il glifosato di nonna
Clotilde fabbricato con la cura e le attenzioni di una volta? Il
personaggio degli appalti senza gara e dei licenziamenti facili, dei
salari da fame nei presunti altarini del mangiar bene, ne sarebbe
capace, perché invece di essere un tempio del cibo italiano, la sua
impresa che ormai declina verso l’hamburgheria ostentata, ne è la
negazione più clamorosa, il suo annegamento verso la standardizzazione
made in Usa. Ed è stata l’ennesima vera bugia che ci siamo raccontati.