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martedì 31 luglio 2018

LA GUERRA COLONIANALE X L'ORO DELLA LYBIA


LE INCOGNITE DELLA NUOVA GUERRA COLONIALE PER LA LYBIA

Di comidad

Vi sono momenti storici in cui la propaganda avversaria può diventare, invece che un problema, addirittura un fattore di traino. È accaduto in questi anni a Putin, il quale è stato indirettamente santificato dalla propaganda occidentale che cercava di criminalizzarlo. Accadde al Partito Comunista Italiano tra il 1974 ed il 1975, quando la segreteria democristiana di Amintore Fanfani condusse la polemica anticomunista in modo così puntiglioso, astioso e destabilizzante da rendere simpatico il PCI ai settori dell’elettorato desiderosi di stabilità. Lega e 5 Stelle stanno oggi traendo un analogo vantaggio dal tipo di “opposizione” che il PD ed i media di contorno stanno conducendo contro l’attuale governo.
Nella propaganda piddina vi è un errore narratologico molto simile a quello dei telefilm polizieschi americani, nei quali si vedono i sospettati porsi nei confronti del poliziotto che li interroga come se fosse il loro psicanalista. Si tratta della rimozione del conflitto come effetto del confronto di interessi diversi e contrapposti, per proporre un’idea del conflitto come risultato di pura irrazionalità di una delle parti. Alcuni intellettuali della “sinistra” si ostinano a considerare il seguito elettorale e di opinione di Matteo Salvini come la conseguenza di un’ondata irrazionale. Più semplicemente invece l’opinione pubblica si limita a prendere atto con realismo che il quadro internazionale non è composto di afflati ideali da una parte e di spinte fanatiche o populiste dall’altra, bensì di interessi contrapposti e talora inconciliabili.
È vero che nell’elettorato tradizionale della Lega vi sono anche quelli che desidererebbero risolvere la questione migranti con i treni piombati e i forni crematori, ma se fosse per quelli la Lega sarebbe ancora il partitino del 4%. Poi non c’è bisogno di essere nazisti per restare scettici di fronte alla fiaba secondo cui centinaia e centinaia di ONG sarebbero animate da spirito filantropico. Più la propaganda insiste sulle fiabe del tipo il “Salvini nuovo Hitler”, più il segretario leghista sfonda al centro, poiché viene identificato da gran parte dell’opinione pubblica nel ruolo del politico realista e responsabile che almeno non racconta balle clamorose. È inutile, ad esempio, che il segretario del PD Martina insista ancora nel paventare “l’isolamento in Europa”, dato che ognuno si è accorto che in Europa l’Italia è sempre stata isolata e non è mai riuscita a fare squadra con nessun altro Paese. Martina ci fa la figura del cretino e basta; intanto, per riflesso, cresce l’immagine del Salvini statista.
Se la propaganda politicorretta tacesse per qualche mese ci si comincerebbe ad accorgere che anche la narrazione dell’attuale governo non è poi così realistica come sembrerebbe. Sul tema migratorio non è realistico pensare ad una politica di rimpatri dei clandestini, perché troppo costoso; non sono realistici quei campi di concentramento in Africa detti “hotspot”, poiché non solo costano ma non servono a nulla; non è realistico concentrarsi sui “barconi”, perché un buon terzo delle banchine portuali in Italia è sotto controllo militare straniero e sotto segreto militare, perciò nulla ti assicura che il traffico di migranti non passi anche da lì.
Non è neppure realistico parlare di investimenti in Africa, poiché occorrerebbe semmai “disinvestire”, bloccare cioè quei flussi finanziari che alimentano l’inclusione finanziaria (cioè l’indebitamento) delle masse africane. L’inclusione finanziaria è sotto l’egida di quel super-potentato che è la Banca Mondiale, che nei suoi documenti tratta anche del ruolo delle ONG in questo business dell’inclusione.
È possibile quindi che l’attivismo di Salvini mascheri politiche molto meno ambiziose e molto più tradizionali per l’Italia. Il nervosismo di Macron nei confronti dell’Italia è diventato infatti più comprensibile. Il Presidente francese evidentemente sospettava che l’attivismo dell’attuale governo italiano sul tema della migrazione di origine africana e la stessa proposta italiana degli “hotspot” fossero in realtà un pretesto per rimettere tutti e due i piedi in Libia. Il recentissimo viaggio lampo di Matteo Salvini a Tripoli ha confermato, almeno in parte, questo sospetto. Salvini infatti, tra una sparata e l’altra sul tema migratorio, ha parlato anche della possibilità di accordi “economici” con la Libia, comportandosi come un lobbista delle multinazionali italiane, ENI in primis. Parole e comportamenti che certamente hanno preoccupato ed irritato Macron, che ovviamente pensa agli interessi di Total in Libia.
Il vertice di Parigi del maggio scorso tra Macron ed i due “governi” libici è stato per lo più presentato dai media come un successo della diplomazia francese ed una definitiva liquidazione delle aspirazioni italiane di tornare ad un ruolo in Libia. In realtà i due leader libici non hanno preso impegni concreti, perciò il vertice può essere considerato un risultato molto parziale, che dà adito ad ulteriori mosse da parte del governo italiano.
Il nervosismo francese ha cause molto concrete. Tutta la posizione coloniale della Francia in Africa presenta oggi caratteristiche di oggettiva debolezza. Per la serie “derubiamoli a casa loro” c’è l’esempio del saccheggio dell’uranio del Niger da parte della Francia. La ricchezza del sottosuolo nigerino è una maledizione per le popolazioni locali. L’80% dei Nigerini non dispone ancora di energia elettrica: questo dato sconcertante è denunciato nientemeno che da quel forum paramassonico che è l’Aspen Institute.
Non che il saccheggio dell’uranio nigerino abbia portato gran bene alla Francia. Il colosso francese dell’energia elettrica di origine nucleare, Areva, è infatti al disastro finanziario e si trova oggetto di un faticoso salvataggio.
L’energia nucleare avrebbe dovuto costituire il fiore all’occhiello dell’esportazione francese di tecnologia ma, nonostante alcuni grossi affari in Asia, il settore continua a soffrire e non porta vantaggi significativi alla bilancia commerciale francese, che nel 2017 ha chiuso con ulteriore aggravio del già annoso deficit.
Per una Francia in queste condizioni, abituata a fare colonialismo al di sopra dei propri mezzi, anche un’Italia malridotta come l’attuale può costituire un pericoloso concorrente. La Francia è debole e viene sempre più percepita come tale, cosa che rende il quadro europeo ed internazionale molto più instabile. Resta da vedere poi se ci sarà qualche altro Paese (il terzo incomodo) che correrà in “soccorso” di Salvini per sbarcare in Libia giusto ad ora di pranzo.

deca



aspeniainternal
Rifiuti dalla miniera di uranio di Arlit, in Niger
“Dopo cinquant’anni di sfruttamento, non abbiamo ancora capito se l’uranio sia una benedizione o una maledizione per il Niger”. A esprimere quello che negli ultimi anni è diventato un mantra per la popolazione nigerina è Almoustapha Alhacen, presidente di Aghir In’man, associazione locale che dal 2001 si batte per la trasparenza e un’equa ridistribuzione dei proventi dell’industria estrattiva nel paese. La domanda però suona retorica: “Sono convinto che possedere tale ricchezza nel sottosuolo sia la nostra più grande disgrazia” sostiene il Premio Nuclear Free Future 2017, riconoscimento internazionale legato all'International Campaign to Abolish Nuclear weapons (ICAN), Premio Nobel per la Pace 2017.
Il Niger, paese del Sahel che nello scorso decennio ha sempre occupato gli ultimi posti dello Human Development Index (188° su 188 paesi fino al 2016, anno in cui ha ceduto il record negativo alla Repubblica Centrafricana), è il quarto produttore di uranio al mondo. Capofila delle società straniere che estraggono il prezioso minerale è Areva, leader mondiale dell’energia nucleare civile controllata all’80% dallo stato francese, ex-madrepatria coloniale di quasi tutta l’Africa occidentale.
Fin dai primi anni Settanta, Areva ha goduto di concessioni pluridecennali che le hanno valso un sostanziale monopolio sul principale prodotto d’esportazione nigerino. Un bene su cui, negli ultimi anni, diverse altre potenze mondiali come Cina, Corea del Sud, Canada, Brasile, India, Australia e Spagna stanno cominciando ad allungare le mani.
Pur facendo gola a molti, l’uranio è soggetto a straordinarie oscillazioni di prezzo sui mercati mondiali, legate all’altalenante destino dell’energia nucleare. Nei primi anni Duemila il corso dell’uranio è salito alle stelle a seguito di un’ondata di fiducia internazionale verso il nucleare, mentre si è fortemente contratto dopo il disastro di Fukushima del 2011. Se si guarda a quanto successo in Niger in questi due periodi ci si accorge di quanto la politica interna sia determinata dall’industria estrattiva.
Vent’anni fa l’aumento improvviso dei guadagni legati allo sfruttamento dell’uranio ha riacceso le istanze indipendentiste dei tuareg nella regione settentrionale del paese, quella cioè in cui si trovano i giacimenti. L’effetto destabilizzante della ribellione nordista ha causato un colpo di stato militare che ha deposto l’ex presidente Mamadou Tandja, politico che aveva provato a rimettere in discussione il controllo francese sulla materia prima. Il suo successore Mahamdou Issoufou, salito al potere nel 2011 e tutt’ora in carica, si è dapprima appoggiato all’élite economica nazionale che gestisce insieme alle compagnie francesi l’industria estrattiva, per poi rivolgersi verso la classe mercantile (e trafficante) del paese. Il crollo del prezzo dell’uranio, infatti, ha indebolito le alleanze interne al governo costringendo Issoufou a un disperato tentativo di diversificazione economica e politica. Secondo molti analisti tali cambiamenti stanno estenuando il Niger, che resta contratto fra poteri economici locali e internazionali da cui è difficile emanciparsi. Guardare alla recenti ridefinizioni interne aiuta a comprendere il profondo rischio di un’esclusiva dipendenza da un’unica risorsa naturale tanto volatile.
Nella zona settentrionale semidesertica del Niger, dove il metallo radioattivo è stato scoperto dai francesi nel 1957, sono dislocati quattro siti d’estrazione. Nei pressi di Arlit e Akokan, cittadine della regione nordorientale di Agadez, due delle più grandi miniere d’uranio al mondo da sole garantiscono oltre il 30% del fabbisogno delle centrali nucleari francesi. Gestiti rispettivamente da SOMAIR (Societé minière de l’Aïr, controllata al 63.6% da Areva e al 36.4% dall’Ufficio nazionale delle risorse minerarie del Niger, l’ONAREM, attraverso la SOPAMIN, compagnia mineraria nazionale) e da COMINAK (Compagnie Minière d’Akouta posseduta per il 34% da Areva, il 31% dal Niger, il 25% dalla giapponese Overseas Uranium Resources Development Co. e il 10% dalla spagnola Enusa SA), questi siti nel 2014 sono stati al centro di aspri negoziati fra il governo del Niger e Areva. Dopo mesi di discussioni e pressioni, il 26 maggio 2014 l’azienda francese, i cui permessi erano scaduti a fine 2013, è riuscita a strappare un accordo di sfruttamento dell’uranio per altri cinque anni.
Tale contrattazione, tenuta in parte segreta, è stata criticata dalla società civile nigerina che non smette di denunciare i gravi danni ambientali e sanitari subiti dagli abitanti della regione di Agadez insieme agli scarsi benefici ottenuti dal paese. “Lo sfruttamento dell’uranio illumina una lampadina su tre in Francia, mentre in Niger oltre l’80% della popolazione non ha accesso alla corrente elettrica” è uno degli argomenti più utilizzati dalle organizzazioni che si battono per i diritti delle popolazioni del nord.
Alle due “storiche” miniere di Arlit e Akokan se ne aggiungono altre due, di più recente costruzione ma sostanzialmente improduttive: quella di Imouraren (su cui le intenzioni di Areva, che ne detiene il controllo, restano da anni poco chiare), e il sito di Azelik, concessione ottenuta nel 2007 dalla joint venture SOMINA, società a maggioranza cinese (con un 33% destinato al governo nigerino e una parte più esigua alla Corea), che ha scalfito il monopolio francese nel settore. La miniera di Azelik è diventata produttiva alla fine del 2010, ma è stata ufficialmente chiusa qualche mese fa “per ristrutturazione” in attesa di sviluppi più positivi del prezzo mondiale dell’uranio.
Il contenzioso del 2014 fra Niamey e Parigi verteva soprattutto sull’applicazione del codice minerario nigerino del 2006 (fino ad ora Areva seguiva le condizioni di una legge del 1993) e l’aumento delle tasse da versare al Tesoro pubblico dal precedente 5,5% al 12% “potenziale”, cioè dipendente dalla produzione effettiva. Nonostante la promessa di Areva (solo in parte mantenuta) di contribuire con 90 milioni di euro alla manutenzione della cosiddetta “strada dell’uranio”, quella che collega la città di Tahoua ad Arlit, le autorità locali della regione di continuano a lamentare il versamento di scarsi dividendi dello sfruttamento del minerale a beneficio delle popolazioni del nord.
Il governo di Issoufou, sordo alle richieste locali, viene anche accusato dai suoi oppositori di appropriazione illecita di buona parte dei proventi dell’uranio destinati alle casse dello stato. Recenti rivelazioni pubblicate dal quotidiano nigerino Le Courrier hanno fatto emergere un versamento sospetto di 300 milioni di euro su un conto a Dubai che ha spinto la giustizia francese ad aprire un’inchiesta. Il cosiddetto “Uraniumgate”, insieme alla recente decisione presa dal governo nigerino di uscire dall’Iniziativa per la trasparenza delle industrie estrattive (ITIE), organizzazione internazionale che ad ottobre aveva sanzionato il Paese, rischiano di essere pericolosi in un clima politico già surriscaldato e instabile.
Il caso dell’”oro nero del Niger” appare oggi come uno degli esempi più lampanti dell’attitudine neocoloniale delle potenze occidentali che, grazie alla connivenza di corrotti governi locali, impoverisce paesi ricchi di risorse naturali. I giacimenti di uranio, petrolio, gas naturale, oro, diamanti e altri metalli preziosi, se fossero gestiti meglio dalla classe politica africana, potrebbero rappresentare la base economica per un reale e più equo sviluppo del continente.

deca

giovedì 27 luglio 2017

KALERGI : A chi rimarrà in mano il cero cimiteriale acceso??


I negri semianalfabeti africani deportati dal Niger in Italia dai francesi!!


Agadez, 25 lug – Secondo l’Oim, l’Organizzazione mondiale per le migrazioni, nel solo anno 2016 dal Niger sono transitati 291mila clandestini. 
Il tutto sotto l’occhio vigile e compiacente dell’esercito francese che ha obbligato questi clandestini a raggiungere la Libia e da lì l’Italia. Bisogna ringraziare anche la Francia, dunque, per l’invasione che le nostre coste subiscono quotidianamente. Anche perché l’esodo continua tutt’oggi.
Come riporta il 23-7 Repubblica: sono ormai due anni che il contingente francese sorveglia l’ultimo avamposto del cosiddetto corridoio libico e nulla fa per fermare il traffico dei clandestini che sognano l’€uropa.
In particolare passano attraverso il varco di confine di Agadez, raggiungono Séguédine, e lì vicino l’esercito francese ha costruito una base militare con 250 uomini di stanza che possono diventare anche 500 in caso di emergenze.
È il fortino di Madama, costruito nel 1930 per bloccare l’espansione italiana. Oggi, a quasi 90 di distanza la Francia sembra voler rievocare i fantasmi del passato.
Se volessero, i francesi potrebbero fermare le enormi masse di esodanti. Invece, riferisce Repubblica, “Ci sono foto che mostrano l’equipaggio dei blindati francesi mentre saluta i clandestini stipati in cima a un camion, gli stessi che settimane dopo verranno traghettati dalle navi nel Canale di Sicilia”.
E i trafficanti sono rassicurati e tranquillizzati dalla presenza dei militari francesi, che quasi li protegge.
Perché quel che interessa ai francesi non sono i disperati che percorrono chilometri e chilometri nel deserto stipati su camion e jeep o a piedi, ma la tutela dei propri interessi. Organizzano il terrorismo.
E fermano i trafficanti, sì, ma di armi e non di uomini. Anzi, quelli li proteggono, anche se si tratta di gente che abbandona i migranti senza cibo né acqua in mezzo al deserto.
Perché proprio Agadez, dove ci sono i militari francesi, è il luogo in cui recentemente sono morti molti disperati che cercavano di raggiungere la Libia per imbarcarsi su un barcone e raggiungere l’Italia. E i francesi non hanno mosso un dito.

deca

Storico discorso di Viktor Orban:

“Esiste un piano contro l’€uropa”



Storico discorso di Viktor Orban : “Esiste un piano per realizzare una €uropa nelle mani di una popolazione cosmopolita con preminenza mussulmana”

“Circa 27 anni addietro avevamo pensato che il nostro futuro fosse in €uropa. Attualmente, noi siamo il futuro dell’Europa”, ha dichiarato questa mattina il primo ministro dell’Ungheria Viktor Orban, nel corso della 28a edizione della Università Libera di Tusnádfürdő.
Nel suo discorso annuale, Viktor Orban ha manifestato l’idea che le elezioni parlamentari che si svolgeranno la prossima primavera nel paese avranno una importante dimensione europea. “Quello che accadrà in Ungheria avrà importanti implicazioni per l’insieme dell’Europa, perchè oggi una Ungheria forte gioca un ruolo decisivo nella battaglia per evitare la scristianizzazione dell’Europa”, ha segnalato.
Viktor Orban ha considerato allo stesso modo che un paese forte non può permettersi un declino demografico. “I paesi più forti sono quelli che sono in grado di mantenersi biologicamente. Perchè l’Ungheria abbia un futuro deve mantenere una tassa di fecondità di 2,1 figli per famiglia”.
Orban ha sottolineato che uno Stato forte necessita di un buon livello di sicurezza, inclusa la protezione delle sue frontiere e la lotta contro il terrorirismo, così come il mantenimento di un forte senso di identità culturale”. In contrasto con questi principi, ha indicato l’€uropa, vittima a suo giudizio di un cambiamento culturale e demografico di imprevedibili conseguenze.

“L’Immigrazione non apporterà alcuna soluzione ai problemi economici. Cercare di rimediare la scarsezza di mano d’opera mediante l’importazione di immigrati è come se, nel mezzo di un naufragio, ti metti a consumare acqua di mare. E’ anche quella acqua ma il problema lo farà aumentare”, ha sostenuto il primo ministro ungherese.
In particolare Viktor Orban ha voluto mostrarsi molto franco e deciso circa le sfide della integrazione di un gran numero di immigrati mussulmani nella nostra cultura cristiana. ” Non possiamo mantenere i nostri ideali solidali nelle nostre nazioni quando esistano gruppi etnici che pretendono di modificare la cultura europea. Non possiamo mantenere i nostri ideali nel mezzo di collettività che si oppongono all’esistenza ed alla cultura europea, perchè il risultato finale sarebbe catastrofico”, ha sottolineato Orban.
“La sfida nei prossimi decenni è se l’€uropa continuerà appartenendo agli europei. Se l’Ungheria continuerà ad essere la terra degli ungheresi, se la Germania continuerà ad essere la terra dei tedeschi, se la Francia continuerà ad essere la terra dei francesi, se l’Italia seguirà ad essere la terra degli italiani”, ha aggiunto il leader magiaro, criticando in questo senso i burocrati €uropei dell’Impero  sionista mondialista di George Soros nell’opporsi alla volontà delle nazioni.
Oggi gli interessi di George Soros sono meglio rappresentati a Brusseles ed a Washington, DC che non a Tel Aviv, ha affermato
Viktor Orban, il quale ha respinto che le critiche fatte, allo speculatore giudeo aschenazita sionista di origine ungherese, facciano parte di teorie cospirative. “Esiste un piano di Soros, che lui stesso ha scritto”.
Clandestini analfabeti sul confine ungherese
Secondo Viktor Orban, detto piano consisterebbe nel trasferire un milione di migranti nel territorio dell’Unione €uropea. ” Al loro arrivo devono ricevere 15 miliardi di €uro per mantenere così l’effetto di aspirazione. Questo importo è maggiore del reddito promedio degli ungheresi. Soros pretende che gli immigrati siano distribuiti per tutti i paesi dell’Unione €uropea.
Proteggere le nostre frontiere di fronte all’entrata di questi migranti illegali ha comportato un grande sforzo economico. L’€uropa si è caricata di una piccola parte di questo costo. Oggi la Germania si trova sull’orlo della bancarotta, così che non ci vengano più a parlare di mancanza di solidarietà dell’Ungheria”, ha segnalato.
“Se l’€uropa vuole continuare ad esssere attuabile, deve recuperare la sua sovranità e liberarsi dell’Impero di Soros”, ha ribadito Viktor Orban.
Viktor Orban si è inoltre pronunciato per una riforma dell’Unione €uropea e di ritornare alla forma originaria prevista dai trattati costitutivi. “Le Nazioni Unite devono proteggere le frontiere dell’Europa. Questo può suonare duro, ma quelli che sono entrati illegalmente in Europa devono essere espulsi. l’€uropa non può seguitare ad essere un continente senza protezione delle frontiere”, ha proclamato il primo ministro ungherese.
Viktor Orban si è augurato inoltre che i leaders europei sappiano essere all’altezza delle loro responsabilità (anche se ne dubita) e che l’Europa deve recuperare la sua competitività, garantire la pace, aprirsi agli stati balcanici e risolvere i suoi problemi esterni con la Russia e la Turchia.
Viktor Orban ha ribadito alla necessità di opporsi al progetto di scristianizzazione del Continente e che si sappia resistere  all’attacco ideologico in atto da parte dei liberisti e degli intellettuali, denunciando come anche i partiti socialdemocratici abbiano rinunciato a difendere i diritti dei lavoratori nazionali. Loro sono tutti impegnati a difendere gli interessi economici del neoliberismo”, ha denunciato il presidente ungherese.
Secondo Viktor Orban esiste in piano per mettere il territorio €uropeo nelle mani di una popolazione cosmopolita, in modo predominante mussumana, un piano di sostituzione di popoli. “La riuscita di questo piano richiede una €uropa scristianizzata, goveni burocratici e senza anima”, ha avvertito il leader magiaro. (……….)
Siamo noi il principale ostacolo per la realizzzazione del piano Soros”, ha dichiarato Viktor Orban, insistendo che il principale ostacolo sarà quello di affrontare i partiti dell’opposizione del suo paese. Noi dobbiamo in primo luogo misurarci con la “rete di Soros”, gli €urocrati di Bruxelles ed i loro media. Conosciamo le loro tattiche, basate sul ricatto, sulla diffamazione e sul giornalismo prostituito ai grandi interessi”.
Viktor Orban ha avvisato che molto è in gioco in questa sfida: non soltanto nell’ambito nazionale ma anche a livello europeo. “Da 27 ani pensiamo al nostro futuro in Europa,. Oggi siamo il futuro dell’Europa”, ha concluso lo statista magiaro.
Fonte: Alerta Digital
Traduzione e sintesi: Luciano Lago

lunedì 24 aprile 2017

L'ITALIA CHE NON C'E' (la perfida B'NAI B'RITH albionica)




Mafia, camorra e ‘ndrangheta: come il

Meridione (e l’Italia) fu infettato dagli inglesi



“Sicilia e mafia”, “Campania e camorra”, “Calabria e ‘ndragheta” sono accostamenti triti e ritriti, spesso impiegati per dipingere l’intera Italia come un Paese mafioso, corroso dal crimine, e quindi da collocare ai margini del sistema internazionale, tra gli Stati semi-falliti. È dal 1861 che il Paese affronta il problema mafioso e da allora sono state condotte migliaia di inchieste, scritti migliaia di libri, elaborate migliaia di analisi economiche e sociali: ma è possibile affrontare la questione in termini geopolitici? È possibile cavare un’asciutta verità dall’enorme e amorfa quantità di materiale concernente le mafie? Mafia, camorra e ‘ndgrangheta sono società segrete paramassoniche, inoculate dagli inglesi all’inizio dell’Ottocento per destabilizzare il Regno delle Due Sicilie e trasmesse all’Italia post-unitaria per minare lo Stato e castrarne la politica mediterranea.

Mafie e massoneria speculativa:

come Londra rovesciò il Regno delle Due Sicilie


Nella nostra recente analisi sul biennio 1992-1993 che decretò il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, abbiamo toccato il tema della mafia, smontando la tesi dominante sul quel cruciale periodo della storia italiana: alla base delle stragi in Sicilia e “sul continente”, non ci fu il braccio di ferro tra malavita e Stato sul 41 bis, ma un più ampio ampio ed ambizioso progetto con cui “le menti raffinatissime” vollero ridisegnare la mappa economica e politica dell’Italia, inserendola nella più vasta cornice del Nuovo Ordine Mondiale. L’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima va collegato alla cruciale elezione del Presidente della Repubblica di quell’anno; l’omicidio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono analoghi ammonimenti lanciati al Parlamento, ma allo stesso tempo sono anche un avvertimento alla giustizia italiana affinché si fermi al livello “insulare” delle indagini, senza approfondire i legami tra Cosa Nostra ed i servizi segreti della NATO. 
1) Le bombe del 1993 sono un “lubrificante” per consentire agli anglofili del Britannia di smantellare a prezzi di saldo l’IRI e l’industria pubblica.

2) In questo contesto, la mafia è uno strumento dell’oligarchia atlantica per perseguire obiettivi addirittura in contrasto con gli interessi di Cosa Nostra: è infatti assodato che la stagione stragista debilitò gravemente Cosa Nostra, “spremuta” nella strategia della tensione del 1992-1993 fino quasi a svuotarla.
Allargando l’analisi, non si può certo definire un’eccezione l’impiego del crimine organizzato da parte degli angloamericani: anzi, sembrerebbe quasi una costante della storia italiana.  
3) Del biennio 1992-1993 abbiamo detto a sufficienza: passiamo ora in rassegna gli altri momenti cruciali del Bel Paese, verificando se ci sia o meno lo zampino della malavita.

4) Sequestro di Aldo Moro, 16 marzo 1978: è ormai appurato che la ‘ndrangheta abbia partecipato al commando12 che rapì il presidente della DC, reo di turbare gli assetti internazionali con la sua apertura al PCI. Non solo, il capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, ha ammesso che avrebbe potuto salvare Moro se i servizi segreti non si fossero opposti3.
5) Piazza Fontana, 12 dicembre 1969: la strage che inaugura la strategia della tensione è perpetrata dalla destra eversiva di Franco Freda, in stretto contatto con la ‘ndrangheta. 
6) Omicidio di Enrico Mattei, 1962: è Cosa Nostra a sabotare all’aeroporto di Catania Fontanarossa4 il velivolo su cui trovò la morte il presidente dell’ENI, scomodo alle Sette Sorelle.
7) Sbarco angloamericano in Sicilia del 1943: è il mafioso Lucky Luciano a facilitare la conquista dell’isola e papaveri di Cosa Nostra presenziano anche all’armistizio di Cassibile, che sancisce la fine delle ostilità tra l’Italia e gli Alleati.
8) Sbarco di Giuseppe Garibaldi a Marsala, 1860 : i “picciotti” danno un contributo determinante alla spedizione dEi Mille, benedetta e protetta da Londra.

Cosa sono dunque la mafia, la camorra e la ‘ndragheta?
Perché affiorano in tutti i passaggi della storia italiana a fianco di Londra e Washington. Perché sono sovente associate ad un’altra organizzazione segreta di matrice anglosassone, la massoneria speculativa?

Sul crimine organizzato che flagella il Meridione e l’Italia sin dal 1861 sono state condotte migliaia di inchieste giudiziarie, diverse inchieste parlamentari, sono stati scritti migliaia di libri e girati migliaia di film e documentari: ci campano non soltanto i malavitosi, ma anche i “professionisti dell’antimafia” che pullulano nei tribunali, pennivendoli del calibro di Roberto Saviano ed il variegato mondo di preti, intellettuali e soloni che ruota attorno alla “lotta alla mafia”.
Toccare l’argomento non sarebbe solo inutile, ma addirittura dannoso, se non fosse possibile dare un contributo originale e chiarificatore: si rischierebbe soltanto di alzare altra polvere. È il mestiere, detto per inciso, per cui sono profumatamente pagati giornalisti, pubblici ministeri, politici e membri delle forze dell’ordine.
Se anche noi quindi ci occupiamo di Cosa Nostra e delle sue sorelle, è perché abbiamo la presunzione di avere perlomeno intuito la vera natura del crimine organizzato: la vera natura di quella mafia che, come notò lo stesso Giovanni Falcone, presenta forti analogie con le Triadi cinesi, la malavita turca e la Yakuza giapponese.

Servendoci del solito procedimento di comparazione con realtà simili, di un respiro storico più che giornalistico e di un approccio “geopolitico”, indispensabile per capire quali attori operano in una determinata area e quali sono i loro interessi, siano giunti alla nostra definizione di mafia, camorra ed ‘ndragheta: sono società segrete paramassoniche dedite al crimine, vere e proprie “sette” che rispondono alle logge inglesi ed americane, sin dalla loro origine agli inizi dell’Ottocento.
Sia chiaro: è una verità perfettamente nota agli “addetti ai lavori” (vertici della mafia, politici, Grande Oriente d’Italia, GOD, CIA, MI6, etc. etc.), spesso intuita e talvolta accennata da onesti magistrati e seri studiosi. Non ci risulta però che nessuno abbia sinora affrontato l’argomento in maniera così esplicita ed organica come stiamo per fare, colmando così quella che ci sembra una lacuna dell’autocoscienza nazionale.

Cominciamo col porre il quesito chiave: perché le mafie si sviluppano in tre regioni meridionali quasi contemporaneamente, tra gli anni ‘10 e ‘30 dell’Ottocento?
Le risposte più frequenti, quelle fornite per stendere una cortina attorno al fenomeno, sono di natura socio-economica e si ripetono ossessivamente dal 1861 ad oggi: l’arretratezza del Meridione, il retaggio della dominazione spagnola, la presenza del latifondo, le mentalità della popolazione, la diffusione di miseria e povertà, etc. etc..
Sono risposte fuorvianti, se non errate tout court: il reddito pro-capite del Regno delle Due Sicilie era paragonabile a quello del resto d’Italia5, la povertà simile a quella di alcune zone del Piemonte e del Veneto che non produssero crimine organizzato, la dominazione spagnola aveva interessato pure la “civilissima” Lombardia e altre regioni meridionali persino più povere (come il Molise e la Basilicata) non conobbero le mafie, che germogliarono invece in due ricche capitali come Palermo e Napoli.

Per scoprire le autentiche origini del fenomeno mafioso occorre tuffarsi nella storia, accantonando analisi pseudo-economiche, per afferrare le forze vive e la geopolitica dell’epoca: è lo stesso procedimento che abbiamo usato per dimostrare come l’ISIS, il sedicente Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, non sia altro che uno strumento degli angloamericani per balcanizzare il Medio Oriente e dividerlo lungo faglie etniche e religiose, piuttosto che il frutto spontaneo del fondamentalismo islamico o la naturale conseguenza dei “regimi dittatoriali”.

Tra la fine del Settecento ed i primi anni dell’Ottocento, il mondo è in fiamme per la guerra tra Francia rivoluzionaria e le altre monarchie europee: la rivoluzione francese, in cui Londra ha giocato un ruolo determinante (si pensi agli “anglofili” come Honoré Mirabau, il Marchese de La Fayette e Philippe Égalité), è sfruttata dagli inglesi per liquidare la Francia come grande potenza marittima, estendere i propri domini in India e rafforzare l’egemonia su un’area chiave del mondo: il Mar Mediterraneo, da unire in prospettiva al Mar Rosso ed all’Oceano Indiano con il canale di Suez.
Il Regno di Napoli, di fronte all’avanzata delle truppe rivoluzionarie francesi, è costretto ad aprire i propri porti alla flotta inglese, senza sapere che, così facendo, firma la sua condanna a morte: gli inglesi sbarcano infatti coll’obiettivo di rimanerci anche dopo la guerra, installandosi così nello strategico Sud Italia che presidia il Mar Mediterraneo. Per un certo periodo, gli inglesi diventano addirittura padroni del Regno: quando infatti il francese Gioacchino Murat si insedia a Napoli, il re Ferdinando IV si rifugia in Sicilia protetto dagli inglesi e Lord William Bentinck governa l’isola come un dittatore de facto.

Arriviamo così alle origini di Cosa Nostra. Scrive un grandi esperto di mafia come Michele Pantaleone (1911-2002):

“Il brigantaggio, comune alla Sicilia come al resto dell’Italia meridionale, si risolveva nell’attività di bande mal coordinate e spesso contrapposte (…). Soltanto dopo il 1812, quando il potere feudale venne praticamente eliminato, il brigantaggio per bande assunse una funzione, per così dire, sociale. È storicamente documentato che lo spirito di mafiosità sorse in concomitanza con la formazione delle famigerate compagnie d’armi, create dalla baronia siciliana nel 1813 a difesa dei diritti feudali. (…) È in questo periodo, dunque, che – tra il 1812 ed il 1850 – prende forma lo spirito di mafiosità. Il suo epicentro è nel palermitano e di qui si irradia verso la Sicilia orientale con manifestazioni più sfumate, via via che si allontana dalla capitale.”

Il 1812 è un anno citato in tutti i testi di storia sulla mafia. È l’anno in cui il “dittatore” Lord William Bentinck impone al re esule a Palermo l’adozione di una Costituzione sulla falsariga di quella inglese, in comune accordo con i baroni siciliani: gli stessi baroni che creano quelle “compagnie d’armi”, prodromi della futura mafia.
Strane davvero queste “compagnie”, “consorterie” o “sette” che iniziano a pullulare dopo il 1812: presentano singolari analogie con la massoneria speculativa che gli inglesi innestano ovunque arrivino: segretezza, statuti, rituali d’iniziazione, mutua assistenza, diversi gradi di affiliazione, livelli sconosciuti agli altri aderenti. 
E poi la pretesa di non essere volgari criminali, ma “un’aristocrazia del delitto riconosciuta, accarezzata ed onorata”, proprio come i massoni si definiscono gli “aristocratici dello spirito” in contrapposizione all’antica nobiltà di sangue. “Mafia” nei rioni di Palermo significa “bello, baldanzoso ed orgoglioso”.

La Restaurazione reinsedia Ferdinando IV, ora Ferdinando I delle Due Sicilie, sul trono di Napoli. Il re non perde tempo a revocare (1816) la Costituzione scritta dagli inglesi, considerata come un’insidiosa minaccia alle sue prerogative: i germi inoculati dagli inglesi, le misteriose sette criminali che dalla periferia di Napoli e Palermo si irradiano verso i palazzi di baroni e notabili però crescono.  
Corrodono il Regno delle Due Sicilie dall’interno, emergendo come un vero Stato nello Stato: trascorreranno poco meno di cinquantanni prima che contribuiscano in maniera determinante allo sfaldamento del Regno borbonico. È tra il 1820 ed il 1830 che lo scrittore Marc Monnier (1829-1885) situa la comparsa a Napoli di una misteriosa setta paramassonica, la “bella società riformata”, dedita ad attività illecite: è la futura camorra, che nel 1842 scrive il primo statuto definendo i vari gradi di affiliazione sulla falsa riga della libera muratoria, da “giovanotto onorato” a “camorrista”, passando per “picciotto di sgarro” e così via.
Quasi contemporaneamente, al di là dello Stretto di Messina, la mafia è già ad uno stadio avanzato, perché nel 1828 il procuratore di Girgenti scrive dell’esistenza di un’organizzazione di oltre 100 membri di diverso rango, “riuniti in fermo giuramento di non rilevare mai menoma circostanza delle operazioni”. Idem per la ‘ndrangheta in Calabria.

Nel 1848 Londra incendia l’Europa usando come cinghia di trasmissione la solita massoneria speculativa: è la “Primavera dei popoli”, cui seguiranno tante altre primavere di complotti, da quella di Praga del 1968 a quella Araba del 2011. Nel Mar Mediterraneo gli inglesi si adoperano per staccare la Sicilia, avamposto strategico per ogni operazione militare e politica in quel quadrante, dal Regno Borbonico: i “baroni”, gli stessi che comandano le malfamate “compagnie d’armi”, insorgono contro Ferdinando II, proclamando decaduta la corona borbonica ed affidandosi alla corona d’Inghilterra, disposta a difendere l’indipendenza dell’isola.
Il contesto internazionale non è però favorevole alla secessione dell’isola e Ferdinando II reprime manu militari l’insurrezione, guadagnandosi l’appellativo di “re bomba”, dipinto dalla stampa anglosassone come un sanguinario ed illiberale despota.
Le carceri, che già allora sono il principale centro di propagazione delle mafie, si riempono di patrioti-liberali e “picciotti”, uniti dal comune retroterra massonico: si saldano così legami che saranno presto utili.

I rapporti tra Napoli e Londra, già deterioratesi con la questione degli zolfi, sono ai minimi termini, convincendo che Ferdinando II che è opportuno rafforzare i legami con la Russia, allora acerrima rivale geopolitica degli inglesi : sono gli anni del Grande Gioco e Londra e San Pietroburgo si sfidano in Eurasia per l’egemonia mondiale.

Quando nel 1853 scoppia la guerra di Crimea, il Regno delle Due Sicilie rimane rigorosamente neutrale e nega addirittura alle navi inglesi e francesi dirette verso Sebastopoli di attraccare nei propri porti per rifornirsi. Il primo ministro inglese, Lord Palmerston, non ha dubbi: il Regno Borbonico, nonostante la grande distanza geografica, è diventato un vassallo della Russia.
Chi partecipa alla “Guerra d’Oriente” è invece il Regno di Sardegna, consentendo così al primo ministro, Camillo Benso, conte di Cavour, di acquisire un ruolo da protagonista nell’ormai imminente riassetto dell’Italia: la storiografia certifica che Cavour, da buon reapolitiker qual è, non ha in mente “l’unità” della Penisola, bensì “l’unificazione” doganale, economica e militare di tre regni autonomi.
Il Regno sabaudo allargato a tutto il Nord Italia, lo Stato pontificio ed il Regno borbonico: la soluzione, seppur caldeggiata da francesi e russi, è però osteggiata dagli inglesi, decisi a cancellare il potere temporale della Chiesa Cattolica e a sostituire gli infidi Borbone con i più sicuri Savoia, tradizionali alleati dell’Inghilterra sin dal Settecento.

È infatti “l’inglese” Giuseppe Garibaldi, "l’eroe" dei due mondi celebrato dalla stampa angloamericana nonché 33esimo grado della massoneria, a sbarcare nel maggio del 1860 a Marsala, feudo inglese per la produzione di vino, protetto dalle due cannoniere inglesi Argus ed Intrepid. 
La reazione della marina militare borbonica è nulla, perché la massoneria ha ormai assunto il controllo delle forze armate e dei vertici dello Stato. Le strade e le grandi città sono invece passate sotto il controllo del crimine organizzato: “i picciotti”, che agiscono sempre in sintonia con i “baroni”, danno un aiuto determinante all’avanzata dei Mille. Il Regno delle Due Sicilie, svuotato da uno Stato parallelo che è cresciuto dentro lo Stato di facciata, si squaglia rapidamente: Reggio Calabria non oppone alcuna resistenza, mentre Napoli precipita nel caos, lasciando che il vuoto di potere sia colmato dalla camorra, lieta di accogliere Garibaldi e le sue truppe.
Nasce così il Regno d’Italia, che ancora oggi paga il prezzo del suo peccato originale. È uno Stato strutturalmente debole, nato senza possedere il monopolio della violenza, costretto a convivere con due gemelli siamesi, le mafie e la massoneria speculativa, che non sono altro che meri strumenti in mano a chi ha davvero orchestrato l’Italia unita: l’impero britannico.

Londra non è certo animata da nobili sentimenti: ha defenestrato i russofili Borbone per sostituirli con i fedeli Savoia, ha creato a Sud delle Alpi una media potenza da opporre alla Francia (si veda la Triplice Alleanza), ha partorito uno Stato sufficientemente robusto da reggersi in piedi, ma altrettanto debole da non insidiare la sua egemonia sul Mar Mediterraneo. Le stesse mafie che hanno corroso il Regno delle Due Sicilie sono lasciate infatti in eredità allo Stato unitario: è un’eredità avvelenata, finalizzata a compiere una perdurante opera di destabilizzazione nel Meridione, cosicché non possa mai sfruttare il suo enorme potenziale geopolitico di avamposto verso Suez, il Levante ed il Nord Africa.

Le mafie come strumento inglese di destabilizzazione non sono una peculiarità del Sud Italia. Si considerino ad esempio le Triadi Cinesi che smerciano nell’Impero Celeste quell’oppio per cui Londra ha addirittura combattuto una guerra (1839-1842): le analogie con la mafia, come già notato da Giovanni Falcone, sono incredibili.
Tatuaggi, mutua assistenza, omertà, segretezza, riti d’iniziazione, diversi gradi di affiliazione, struttura piramidale: anche le Triadi sono sette criminali paramassoniche e, non a caso, quando i comunisti prenderanno il potere nel 1949, ripareranno nella colonia britannica di Hong Kong.

"Il vice Regno della mafia", il Prefetto

Mori ed il secondo sbarco "mafioso"

Scrive lo storico Domenico Novacco:
“La storia della mafia coincide con l’introduzione dell’ordinamento liberale e democratico nella comunità civile (…). Lo stato liberale e democratico enuncia diritti (statuti e costituzioni) ed assume l’impegno di farli valere ugualmente verso tutti. Di fronte a tale “pretesa” la mafia si configura, nello stato liberale, come un quid anomalo, come un conato di potere locale, come un mini-stato che non si eleva mai al rango di antistato, ma solo di co-stato, condizione ammessa, eccezione consentita e tollerata”.
Mafia ed “ordinamento liberale”, si è visto che con la costituzione del 1812, patrocinata da Lord William Bentinck, procedono di pari passo. Non c’è alcun dubbio che “l’Italia liberale” fondata nel 1861 sia terreno fertile per lo sviluppo del crimine organizzato: mafia, camorra ed ‘ndrangheta si sviluppano nelle rispettive regioni come Stati paralleli a quello unitario, prosperando più che ai tempi del Regno delle Due Sicilie: massoneria e mafie, benedette da Londra (quella col naso adunco), sono i motori dell’Italia liberale, un edificio che sembra spesso vicino al crollo, totalmente ripiegato su se stesso.
La mafia contribuisce a mantenere l’Italia in un perenne stato di fibrillazione, guidando ad esempio la rivolta del “sette e mezzo” che paralizza la Sicilia nel 1866, quasi l’antefatto di quel 1992 che abbiamo recentemente analizzato.
Il fenomeno mafioso è contenuto finché la Destra storica, quella di Cavour, resta al potere, ma esplode con l’avvento nel 1876 della Sinistra storica: sotto la presidenza del consiglio di massoni come Agostino Depretis e Francesco Crispi, è inaugurato il “Vice-Regno della mafia” che dal 1880 circa si estende fino al 1920. “Lo Stato liberale abdica a favore del baronato” e l’intera Sicilia, formalmente governata da Roma, è in realtà un feudo anglo-mafioso: Londra non ha bisogno di staccare l’isola del governo centrale come ai tempi di Ferdinando II, perché esercita il controllo de facto con la “setta” criminale paramassonica.
È la stessa organizzazione che negli Stati Uniti assume nomi evocativi come “Mano Nera” o “Anonimi Assassini”: quando nel 1909 il commissario delle polizia di New York, Joseph Petrosino, sbarca a Palermo per indagare sui legami tra mafia americana e siciliana, “i picciotti” non si fanno scrupoli a sparargli in testa.
Il trasformismo parlamentare dell’epoca giolittiana è terreno fertile per la malavita, determinante per l’elezione degli onorevoli espressi dalle popolose regioni meridionali.
Un cambiamento si registra dopo la marcia su Roma del 1922: è vero che Benito Mussolini, un vecchia conoscenza di Londra sin dalla Prima Guerra Mondiale e dalla campagna interventista del “Popolo d’Italia”, conquista la presidenza del Consiglio con l’appoggio determinante degli inglesi e della massoneria di piazza del Gesù, ma tende ad emanciparsi in fretta.
L’omicidio Matteotti del 1924 può infatti essere considerato il primo tentativo inglese di rovesciarlo ed ha certamente un certo peso sulla decisione del 1925 di abolire la libera muratoria (sebbene numerosi massoni, primo fra tutti, Dino Grandi, restino al governo).
Fedele alla massima “tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, Mussolini non può ovviamente accettare la convivenza con istituzioni parallele al governo, come la mafia.
Nell’ottobre 1925 Cesare Mori è nominato prefetto di Palermo e, in poco meno di quattro anni, infligge un duro colpo a Cosa Nostra, avvalendosi dei “poteri eccezionali” affidatigli da Mussolini: nel 1927 il tribunale di Termini Imerese condanna oltre 140 mafiosi a durissime pene. Chi, ovviamente, stigmatizza la condotta del governo italiano è l’Inghilterra.
Scrive l’ambasciatore Ronald Graham al premier Chamberlain:
“Il signor Mori ha certamente restaurato l’ordine (…). Ha eliminato numerosi mafiosi e ras ed anche numerosi innocenti con mezzi molto dubbi, comprese prove fabbricate dalla polizia e processi di massa.”
Mafie e massoneria, sorelle inseparabili, piombano quindi “nel sonno”, in attesa di essere risvegliate al momento opportuno: proprio come ai tempi delle guerre napoleoniche, sbarcheranno in Sicilia con gli inglesi, accompagnati questa volta anche dalle forze armate statunitensi.
È il 1943 e la mafia non solo facilita lo conquista dell’isola attraverso Lucky Luciano, ma addirittura presenzia alla firma dell’armistizio di Cassibile nella persona di Vito Guarrasi, lontano parente di Enrico Cuccia (la cui famiglia è originaria del palermitano). Finché il “continente” è occupato dai tedeschi, gli angloamericani coltivano la ricorrente idea di separare la Sicilia dal resto dell’Italia: è il momento d’oro del separatismo e del bandito Giuliano, destinato a scemare man mano che le truppe alleate risalgono la penisola.
Perché infatti accontentarsi della Sicilia se, come ai tempi d’oro dell’Italia liberale, è possibile costruire dietro lo Stato di facciata un secondo Stato, retto dalle mafie a dalla massoneria?
Inizia così la lunga stagione dei “misteri italiani” dove mafia, camorra e ‘ndrangheta, figureranno a fianco di servizi segreti “deviati” e logge massoniche in decine di omicidi ed attentati: dal disastro aereo di Enrico Mattei alle bombe del 1993, dal sequestro Moro al rapimento dell’assessore campano, Ciro Cirillo. Come abbiamo appurato, il fenomeno rientra nella norma, perché sin dalle origini nella prima metà dell’Ottocento le mafie non altro che società segrete paramassoniche, dedite al crimine ed obbedienti alle logge inglesi ed americane.
Ha affermato il pentito Giovanni Gullà, spiegando agli inquirenti i meccanismi di “Mamma Santissima”, la nuova ‘ndrangheta che contribuirà in maniera decisiva alla strategia della tensione:
“La “Santa” si spiega nella logica della “setta segreta”: si è inteso creare una struttura di potere sconosciuta agli altri per ottenere maggiori benefici. (…) Posso affermare con convinzione che la santa, come setta segreta, è l’esatto corrispondente della massoneria coperta rispetto a quella ufficiale. (…) Va chiarito che l’appartenente alla ‘ndrangheta non può essere massone, ma questo vale per la ‘ndrangheta “minore” e la massoneria pubblica. Ma come ho già detto la “Santa” rappresenta una struttura segreta dentro la stessa ‘ndrangheta, pertanto se il fine mutualistico può essere soddisfatto con l’ingresso di massoni nella struttura e viceversa, nessun ostacolo può essere frapposto”.
La “santa” è l’élite della ‘ndrangheta, costituita negli anni ‘70 nel nome di tre personaggi storici, tutti risalenti al Risorgimento, tutti massoni, tutti ottime conoscenze di Londra: Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e Giuseppe La Marmora.
Si è detto come l’avanzata delle mafie sia coincisa con l’espandersi dell’ordine “liberale”, che fu pax britannica dalla guerre napoleoniche sino al 1945 e pax americana dal 1945 ad oggi.
È un sistema internazionale entrato ormai in crisi irreversibile, schiacciato dalla crisi del capitalismo anglosassone e dall’emergere di nuove potenze. Lo sfaldamento dell’egemonia angloamericana dovrebbe essere sfruttato per liquidare anche quelle società segrete paramassoniche che da due secoli corrodono il Meridione e l’Italia, impedendo di sfruttarne l’enorme potenziale come ponte naturale tra Europa ed Asia.

Bibliografia

Mafia e Droga, Michele Pantaleoni, Einaudi, 1966
Mafia ieri, Mafia oggi, Domenico Novacco, Feltrinelli, 1972
Breve storia della mafia, Rosario Minna, Editori Riuniti, 1984
Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee, Eugenio Rienzo, Rubbettino, 2012
Atlante delle Mafie, AAVV, Rubbettino, 2013
Italia Oscura, Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, Sperling & Kupler, 2016

1http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/10/15/stragi-sequestri-un-pentito-racconta.html
2http://www.lastampa.it/2016/07/13/italia/cronache/omicidio-moro-in-via-fani-cera-il-boss-della-ndrangheta-antonio-nirta-XXptxclKt2nmoxZ0XveAhM/pagina.html
3http://www.corriere.it/anniversario-140-anni-corriere-della-sera/notizie/moro-l-ultima-verita-cutolo-4fe4fcac-3bdb-11e6-9ec4-cc8bddb9414f.shtml
4http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/06/21/fu-di-cristina-sabotare-aereo.html
5http://win.svimez.info/cassa/materiali/4.%20Materiali%20sulla%20Cassa%20per%20il%20Mezzogiorno/b.%20Altri%20lavori/2012%20-%20Il%20divario%20Nord-Sud%20dalle%20origini%20ad%20oggi.pdf

deca
http://federicodezzani.altervista.org/mafia-camorra-e-ndrangheta-come-il-meridione-e-litalia-fu-infettato-dagli-inglesi