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giovedì 22 dicembre 2016

€UROIGNORANTI: il veleno che ci sopprimerà tutti !!


€uroignoranti: siete il veleno che ci ucciderà tutti!


Se qualcuno, dialogando con voi vi raccontasse, tentando di convincervi, che la Terra è piatta o che il Sole le gira intorno, voi ne rispettereste l’opinione o cercheresti di spiegargli che sta dicendo una clamorosa sciocchezza?
Esatto! Come minimo lo bollereste come un ignorante di proporzioni immense. Quando si tratta di fatti inconfutabili ed ormai scientificamente accertati le opinioni “stanno letteralmente a zero”, non c’è spazio per visioni alternative. Chi non conosce la verità e la discute non esprime opinioni, ma deve semplicemente andare a studiare.
Ecco, oggi con l’€uro e l’U€ succede esattamente questo: un esercito di ignoranti, rivendica le sciocchezze che proferisce come l’esercizio del proprio diritto di opinione. Così, nel mentre perdiamo tempo a cercare di convincere ignoranti colossali, il Paese viene letteralmente mangiato dal regime violento della finanza internazionale apolide sionista.
Non è un’opinione, ma un fatto scientificamente inconfutabile che i trattati €uropei creino le condizioni per la tempesta perfetta atta a determinare lo smantellamento sistematico dello Stato, imponendogli di autodistruggersi attraverso politiche di austerità perenni. Se lo Stato tassa più di quanto spende la differenza la può prendere solo dalle nostre tasche.
Quando la moneta nell’economia reale diventa troppo poca, il Paese collassa.
Mi sono fatto un’idea precisa di quale sia il punto nodale che la pletora di ignoranti euristi proprio non riesce a capire, che gli impedisce di comprendere perché il debito pubblico di uno Stato sia, in realtà, credito privato e costituisca il nostro risparmio.
Se non capiscono che l’austerità, con bassa inflazione o addirittura in deflazione, è un atto criminale equivalente ad uccidere, è solo e semplicemente perché non sanno cosa sia la moneta! Pensano che sia una risorsa naturale limitata, o che addirittura sia rara. Pensano persino che la moneta vada guadagnata!
Sono ignoranti, ignoranti colossali. La moneta si crea senza alcun limite quantitativo, la potestà di farlo oggi è riservata dai trattati europei alla BC€, che però non la può dare per legge agli Stati (lo scopo ovviamente è solo quello di smantellarli, chi ha scritto i trattati non era ignorante, ma era in malafede). Persino Amato, un €uropeista convinto, definì pretesa “Faustiana” il creare un €uropa senza banca centrale prestatrice illimitata di ultima istanza.
Ergo oggi noi potremmo disporre di tutta la moneta che desideriamo, con il vantaggio di avere ampio spazio per immetterla nell’economia visto che siamo in deflazione ed abbiamo (nonostante l’austerità) un grande tessuto produttivo. 
Eppure ci chiedono di tagliare, la gente resta disoccupata perché mancano… i soldi!
Si tengono grandi strati della società e della produzione inerti perché, alla luce dell’imbecille criterio finanziario in voga, il fatto di rendere tutti più ricchi creando la giusta quantità di moneta, alla fine… non renderebbe! Keynes lo scriveva già in autarchia economica del 1933.
Se tu disponi oggi del materiale per costruire un ospedale che manca, se hai anche gli operai, ma non lo costruisci perché “mancano i soldi”, soldi che potresti creare con un click su un terminale, sei solo un grandissimo e stupefacente imbecille.
La moneta è dunque uno strumento, uno strumento alternativo al baratto per scambiare beni e servizi. 
Se ne abbiamo troppa poca nell’economia, dato accertato dalla deflazione, dobbiamo immettere quella che manca, e questa immissione si fa con la più importante componente positiva del PIL: la spesa pubblica.
Ah, ma il debito pubblico è alto, dicono gli irrecuperabili ignoranti che appestano i nostri tempi! Capre!! Capre!! Capre!!
Il debito pubblico sarà tanto più alto quanto è più alto il risparmio in un Paese, visto che è semplicemente la sommatoria dei deficit annui dello Stato, ovvero dei soldi che vengono ogni anno lasciati nell’economia e nelle nostre tasche. Il debito è la nostra ricchezza e non ha nulla a che vedere con i debiti di una famiglia o di un’impresa, famiglie ed imprese non creano moneta.
Il debito pubblico infatti diventa un problema solo laddove lo Stato non può più creare la moneta in cui esso è denominato: a quel punto lo Stato è retrocesso al livello di qualsiasi soggetto privato e può essere ricattato dai mercati di capitali, a quel punto lo Stato può addirittura fallire per ragioni di diritto commerciale!
Io più semplicemente di così non riesco a spiegarvelo… se ancora pensate che abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità o che il debito esista perché qualcuno ha rubato, siete solo e semplicemente degli ignoranti!!!
La quantità di moneta complessiva nel Paese e nel mondo non sarà mai, né una in più, né una in meno, di quanta ne è stata creata! I reati non la riducono! La moneta non viene bruciata anche quanto passa di mano in mano in virtù di una transazione illecita! Semplicemente si sposta.
Tutti i soldi che avete nel vostro portafoglio sono passati anche da transazioni illecite! E lo hanno fatto più volte, eppure li avete in ogni caso in tasca. La moneta circola.
I reati sono un problema di giustizia sociale e di redistribuzione della ricchezza, ma non c’entrano nulla con la crisi. Esattamente come non c’entra nulla l’evasione fiscale, che al pari degli altri reati non fa sparire la moneta. Anzi oggi, con uno Stato che pretende di tassare più di quanto spende, l’evasione aiuta l’economia.
Allo stesso modo recuperare i proventi dalle attività illecite, sempre evasione compresa quindi, non moltiplica i pani ed i pesci, la moneta totale resta sempre la stessa, resta sempre solo quella che è stata creata dal nulla. Semplicemente con la lotta agli illeciti la moneta viene redistribuita e non è nemmeno detto che venga redistribuita in modo automaticamente più vantaggioso.
Giustizia e macroeconomia non vanno necessariamente di pari passo.
Ma redistribuire ricchezza quando si è in deflazione non importa nulla. La moneta è troppo poca e dunque ne serve solo di più, per tutti. Serve uno Stato che spenda di più e tassi meno di quanto spende, facendo deficit!
Serve uno Stato che abbia nuovamente la sua sovranità monetaria e metta al centro gli obiettivi della Costituzione del 1948, in primis la piena occupazione e la corretta redistribuzione delle ricchezze, disciplinando l’economia e stoppando la criminale ideologia neoliberista.
Oggi invece abbiamo un governo (di traditori) che pensa, ad esempio, di salvare le nostre banche facendosi prestare soldi a strozzo da un organismo terzo (il MES), a cui prima abbiamo dato miliardi per capitalizzarlo, drenandoli direttamente dalle nostre tasche. Lo si fa per imporre meccanismi, per dirla alla Monti, di enforcement (costrizione) idonei ad impedire ad un futuro governo di riscattare la nostra sovranità, spaventandolo con la leva del debito.
Si punta a creare paure irrazionali ovviamente, uno Stato sovrano al MES lo prende a calci in culo. Uno Stato sovrano prende i suoi componenti e li sbatte in galera. Uno Stato sovrano è Dio sul proprio territorio, e la sovranità interna è incondizionata ed incondizionabile, toccarla è un delitto punito con l’ergastolo.
Avete capito, ignoranti? Adesso mettetemi sul rogo… io dirò sempre “eppur si muove”…
Avv. Marco Mori – Riscossa Italia – autore de “Il tramonto della democrazia, analisi giuridica della genesi di una dittatura europea” disponibile on line su ibs (per approfondire tecnicamente quanto ho scritto in questo pezzo).
Aggiungo che, grazie a questa massa informe di pecoroni invidiosi, ignoranti e cattivi, servi del potere sinarchico sionista, il Bel paese finirà coll'essere una fogna a cielo aperto!!!   deca

deca

giovedì 17 novembre 2016

SIGONELLA: la fort Alamo sionamericana, la morte di Craxi e dell'Achille Lauro



Trent’anni fa  il lungo

braccio di ferro di Sigonella


Trent'anni fa si verificava il lungo e duro braccio di ferro fra
Bettino Craxi e Ronald Reagan  sulla vicenda di Sigonella,
un episodio semplicemente impensabile nell'Italia di oggi.....


Sono passati ormai più di trentun’anni da quel 7 ottobre 1985 in cui l’Italia di Bettino Craxi dimostrò al mondo intero di possedere una spina dorsale che in seguito proprio coloro che avrebbero dovuto essere i nostri “migliori alleati” provvedettero accuratamente a spezzare e frantumare, a partire dai fatti del 1992, notoriamente teleguidati dall’estero, con tutto quel che avrebbero comportato nel venticinquennio successivo: un’agonia ancor oggi non conclusasi.
Il 7 ottobre 1985, di lunedì, un commando palestinese sequestrò la nave da crociera Achille Lauro con a bordo 545 passeggeri mentre si trovava in acque egiziane, dirottandola verso la Siria.
Il giorno successivo la nave era già in vista della Siria, ma da Damasco non giunse alcun consenso all’approdo. I dirottatori uccisero così il cittadino americano d’origine ebraica Leon Klinghoffer. La notizia giunse immediatamente in patria, destando grande sensazione. Scattarono immediatamente complesse trattative tra il commando e l’OLP, che ottenne di far rientrare l’Achille Lauro a Port Said, in Egitto, dove gli ostaggi vennero liberati.
Era ormai il 10 ottobre ed il governo statunitense reclamava l’estradizione del commando palestinese alle autorità egiziane. Intervenne così Bettino Craxi, da sempre vicino alla causa palestinese, che avviò trattative con l’OLP affinchè i quattro dirottatori fossero giudicati in Italia. Diritto della navigazione e diritto internazionale alla mano, infatti, una nave è territorio della bandiera che batte e per tale ragione l’assassinio di Leon Klinghoffer doveva considerarsi come avvenuto in Italia.
Nel frattempo, però, Hosni Mubarak aveva già preso la decisione di spedire il commando in Tunisia, dove nei suoi ultimi anni di governo Bourguiba aveva deciso d’ospitare il quartier generale dell’OLP. I quattro dirottatori, due intermediari palestinesi nominati da Arafat, Abu Habbas ed Hani el-Hassan, un ambasciatore egiziano ed alcuni uomini del servizio di sicurezza del Cairo vennero così imbarcati su un aereo di linea appositamente requisito dal governo al quale, tuttavia, Tunisi negò il permesso d’atterrare.
A quel punto l’aereo, ritrovandosi a vagare nei cieli, venne intercettato nel Canale di Sicilia da caccia statunitensi F14. Washington chiese al governo italiano di poterlo far atterrare presso la base NATO di Sigonella, in provincia di Siracusa. Craxi concesse l’autorizzazione: era ormai la mezzanotte di giovedì 10 ottobre.
A mezzanotte e quindici minuti l’aereo atterrò nella base di Sigonella. Ad attenderlo sulla pista, con l’ordine di circondarlo, c’erano i militari italiani: 20 Carabinieri e 30 uomini della Vigilanza Aeronautica Militare (VAM). Sei minuti dopo atterrarono anche due C141 statunitensi. 
Armi in pugno, scesero cinquanta militari della Delta Force guidati dal Generale Steiner, che si diressero verso il Boeing egiziano, ormai fermo sulla pista, circondandolo a loro volta con l’ordine di farsi consegnare l’aereo egiziano e Abu Abbas, identificato come il vero comandante del commando palestinese.
A mezzanotte e quarantacinque minuti Bettino Craxi ordinò all’ammiraglio Fulvio Martini, allora capo del SISMI, d’assumere le operazioni militari per il rispetto della sovranità nazionale italiana. Craxi rivendicava energicamente le proprie ragioni: per il diritto internazionale l’omicidio era come se fosse avvenuto in territorio italiano ed inoltre non esistevano ancora prove che fosse Abu Abbas il vero colpevole.
Mezz’ora più tardi giunsero così a Sigonella dalle vicine caserme di Catania e Siracusa nuovi rinforzi militari italiani che circondano a loro volta gli uomini della Delta Force. Italiani ed americani si ritrovarono disposti in tre cerchi concentrici, con un’autocisterna, una gru e mezzi anti-incendio chiusi a chiave e piantonati dinanzi ai velivoli onde impedire loro di muoversi dalla base ed ivi disposti su ordine della torre di controllo da parte dell'eroico Capitano Marzo.
Seguirono a quel punto minuti d’altissima tensione, nei quali si sfiorò lo scontro tra italiani e statunitensi. Steiner, collegato con gli Stati Uniti in tempo reale grazie ad apparecchiature satellitari, avvertì il colonnello Ercolano Annicchiarico d’essere in contatto con lo Studio Ovale: “Il Governo Italiano ha promesso di consegnarci i palestinesi; non capisco la resistenza di voi militari”. L’ammiraglio Martini si consultò con Roma e fece quindi rispondere a Steiner: “Abbiamo istruzioni di lasciarli lì”. Le autorità italiane, infatti, restavano convinte che in assenza di richiesta d’estradizione non fosse consentito a nessuno di sottrarre alla giustizia italiana persone sospettate d’aver preso parte ad un atto criminale avvenuto in territorio italiano.
Da Washington giunsero immediatamente al governo italiano intimazioni rivolte per via diplomatico-militare, nelle quali la questione viene semplicemente presentata come un’operazione di polizia internazionale in cui poco importavano le diverse priorità imposte dall’ordinamento giuridico italiano. Non avendo ottenuto risposta positiva, il presidente statunitense Reagan, infuriato per il comportamento italiano, telefonò nel cuore della notte a Craxi per chiedegli la consegna dei dirottatori.
Craxi molto semplicemente rispose che, essendo stati i reati commessi in territorio italiano, solo l’Italia avrebbe potuto decidere sull’estradizione.
Alle 5.30 del mattino, quando su ordine di Craxi il generale dei Carabinieri Bisogniero fece intervenire a Sigonella i blindati dell’Arma dei Carabinieri ed altri rinforzi, il reparto d’attacco americano ricevette l’ordine di rientrare.
A quel punto la polizia italiana arrestò i quattro dirottatori.
Nella tarda mattinata l’ammiraglio Martini arrivò a Sigonella per avviare una trattativa con gli egiziani rimasti a bordo dell’aereo. Si decise pertanto di trasferire l’aereo a Ciampino e di scortarlo con aerei da caccia dell’aviazione italiana.
Avvenne proprio qui la penultima sorpresa: alle 21.30 un caccia americano F14 tentò d’interferire con l’aeroconvoglio italiano allo scopo di dirottare il Boeing egiziano, ma senza riuscirvi.
L’ultima sorpresa vi fu invece alle 23.00 quando, atterrato il Boeing a Ciampino, un secondo aereo militare americano dichiarò l’emergenza e chiese l’autorizzazione all’atterraggio immediato, ottenendola. 
Una volta atterrato, si dispose di traverso sulla pista con l’evidente intenzione d’impedire all’aereo egiziano ogni ulteriore manovra. L’ammiraglio Martini comunicò al pilota americano d’avere solo cinque minuti di tempo per liberare la pista, perchè dopo avrebbe ordinato di buttarlo fuori con le ruspe.
Al terzo minuto, constatato anche il fallimento di quest’ultimo disperato e maldestro tentativo americano d’interferire nella sovranità nazionale, il caccia F14 ripartì sconfitto.
Finiva così la lunga notte di Sigonella, un braccio di ferro fra Ronald Reagan e Bettino Craxi decisamente impensabile nell’Italia, penisola di zoombies di oggi..... (l'eroico gesto sovranista di Craxi gli costò poi la vita ....)

Filippo Bovo :  Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale ed autore di numerosi saggi.

3 COMMENTI

delmiro Ma ve li immaginate Renzi e Mattarella con l’ausilio di Napoletame? Uah,uah,uah,uah,uah,uah…………….




deca


NAPOLI, UN MARITTIMO ACCUSA

'FU DOLOSO IL ROGO DELLA LAURO'

 
NAPOLI - Il Comandante andava orgoglioso di quella nave e volle battezzarla con il suo nome, Achille Lauro. Ora l' ammiraglia della flotta riposa in fondo al mare, al largo del Corno d'Africa, distrutta da un incendio avvenuto il 2 dicembre di un anno fa. Sembrava scontato che fosse un incidente, ora invece si riapre il giallo. Un commissario di bordo accusa: il rogo della nave fu voluto.
L'ufficiale Costantino Miletti, un veterano della flotta, racconta la sua verità: le fiamme che colarono a picco l'Achille Lauro potevano essere domate, ma alcuni ufficiali fecero in modo che il fuoco si propagasse per distruggere il transatlantico, assicurato per 28 miliardi con la compagnia londinese "Lloyd' s Insurance". Una macchinazione, insiste Miletti, un incendio doloso per incassare il premio e licenziare i marittimi. Miletti ha ripetuto la sua versione alla Digos.
Sulla vicenda indaga la Procura della Repubblica.
La Starlauro, la società dell' armatore sorrentino Gianlugi Aponte, passa al contrattacco. Definisce "deliranti, inverosimili e false" le dichiarazioni di Miletti, e lo denuncia per calunnia. "Tutto inventato - si indigna il presidente della Starlauro, Nicola Coccia - ufficiali e marinai agirono con abnegazione, mettendo a repentaglio la vita per spegnere il fuoco e salvare i passeggeri".
Un primo risultato le "rivelazioni" di Miletti lo hanno avuto: i Lloyd' s tarderanno il pagamento dei 28 miliardi, previsto per le prossime settimane. Cosa accadde veramente sull' Achille Lauro, salpata da Genova il 19 novembre ' 94 e diretta in Sudafrica con 974 persone a bordo? Seduto nel salotto di casa sua a Castellammare di Stabia, Miletti ricostruisce così quegli istanti: "All' inizio, con grande sforzo, l' equipaggio riuscì ad avere ragione delle fiamme, il direttore di macchina mi disse che non c' era più pericolo e che l' incendio era stato domato.
Infatti fu dato incarico al cameriere di piscina di risistemare le sdraio per accogliere i passeggeri. Ma dopo 40-50 minuti il fumo iniziò a diventare sempre più intenso e ' nero' . Conversando con un mio amico imbarcato sull'Achille Lauro, l' 'ingrassatore' della sala macchine Francesco Morvillo, sono riuscito a individuare le cause del ritorno di fiamma".
Miletti afferma che le porte della sala macchine, chiuse ermeticamente ai due lati per isolare il fuoco, furono riaperte e l'incendio riprese. Chiamato in causa, il marinaio Morvillo ricorda: "Dopo l'incendio ascoltai il dialogo tra alcuni ufficiali, dicevano che non avrebbero dovuto aprire le porte in sala macchine, ma probabilmente agirono così per la fretta". 
Miletti però aggiunge un altro, episodio: "Quando l'incendio diventò poderoso, si sprigionarono fumo e fiamme anche dalla sala automazione situata sul ponte, il 'cervello' della nave.
Gli ufficiali impedirono l'accesso al marinaio Antonio Scognamiglio, addetto allo spegnimento del fuoco". Raggiunto per telefono sulla nave "Italia" in crociera nel Mediterraneo, Scognamiglio dà un' altra versione: "Al momento dell' incendio ero davanti alla sala automazione e gli ufficiali mi vietarono di entrare. Però si prodigarono con noi per spegnere le fiamme".
Ora indaga la Digos, che ha interrogato decine di testimoni.
di PATRIZIA CAPUA

deca

lunedì 17 ottobre 2016

ENERGIA GRATUITA INFINITA SEMPRE E OVUNQUE

Il divulgatore scientifico Dr. Marco Pizzuti c'illustra qualcosa che quasi tutti ancora non sapevano  ............
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Capitolo IV
LA TECNOLOGIA PERDUTA

DI NIKOLA TESLA

Dopo gli esperimenti di Colorado Springs, Tesla tornò a New York con l'intenzione di costruire un nuovo trasmettitore di amplificazione di straordinaria potenza nella grande metropoli come primo passo verso la realizzazione del suo rivoluzionario sistema mondiale di trasmissione wireless.
Tale progetto in seguito prese il nome di torre di Wardenclyffe, dal quartiere in cui venne edificata e dalla forma dell'intera struttura. Si trattava di un dispositivo dotato di un circuito di auto-induzione molto elevata e scarsa resistenza che, per tipo di disposizione, modo di eccitazione e funzionamento, poteva essere considerato diametralmente opposto al classico circuito di trasmissione hertziano od elettromagnetico: “Il mio trasmettitore emetterà un'onda complessa da dieci milioni di cavalli vapore, l'uno per cento dei quali è ampiamente sufficiente a mantenerlo in funzione.
Questo enorme ammontare di energia, che corrisponde approssimativamente a due volte quello delle cascate del Niagara, è ottenibile grazie all'uso di certi accorgimenti che renderò noti solo a tempo debito”.1
Tesla spiegò che era difficile formulare un'idea adeguata sulle meravigliose opportunità offerte da questo tipo di apparato, poiché grazie a esso avrebbe rivoluzionato il globo. Avendo egli ridotto le radiazioni elettromagnetiche a una quantità insignificante, mantenendo le esatte condizioni di risonanza, il circuito si sarebbe comportato come un enorme pendolo con cui immagazzinare indefinitamente l'energia del circuito primario nella Terra o nella sua atmosfera.
Tesla dichiarò inoltre di aver concepito il sistema di trasmissione multicanale prendendo come modello di riferimento il sistema nervoso umano: “L'ispirazione fondamentale all'impiego di più elementi distinti ma associati, in modo che possano cooperare nell'isolare l'energia trasmessa, risale direttamente al mio esame accurato della suggestiva esposizione del meccanismo dei nervi umani di Spencer. […]
Molte migliaia di messaggi telegrafici e telefonici simultanei potranno certamente essere inviati attraverso un singolo canale conduttore, naturale o artificiale che sia, e senza interferenze reciproche preoccupanti, mentre milioni sono possibili”.2
Lo scienziato, insomma, si era posto un obiettivo molto ambizioso, che per essere realizzato richiedeva ingenti capitali. Al suo rientro in città, quindi, iniziò subito a curare con particolare attenzione le relazioni sociali, organizzando magnifiche cene all'hotel Waldorf Astoria per gli uomini d'affari che avrebbero potuto investire nel suo futuristico impianto.
In una di queste occasioni riuscì a convincere il banchiere J. P. Morgan a finanziare il sistema per la trasmissione mondiale di sua invenzione. Tuttavia, per concludere tale accordo Tesla fece credere a J. P. Morgan che il suo impianto avrebbe trasmesso solo ed esclusivamente informazioni per le telecomunicazioni.
Così, dopo aver ottenuto fondi per 150.000 dollari dal superbanchiere in cambio del 51% dei diritti sui suoi brevetti,3 Tesla stava finalmente per materializzare il suo sogno.
I lavori di costruzione iniziarono nel 1901 a Wardenclyffe, a Long Island (New York), e dopo tre anni di lavoro l'imponente
torre di trasmissione misurava ormai circa 57 metri di altezza. Nel 1903 tutta la struttura portante era stata ultimata e per completare definitivamente l'opera mancava soltanto il rivestimento in rame della cupola toroidale da 22 metri di diametro.
Sotto la torre era stato scavato un pozzo di ben 120 piedi (36,6 mt.) di profondità, a cui vennero aggiunti dei tubi di ferro per una lunghezza addizionale di altri 300 piedi (94,4 mt.) che arrivavano fino alla falda acquifera sottostante.
Tesla dichiarò: “Il lavoro sotterraneo è una delle parti più costose della torre. Nel sistema che ho inventato è necessario che il trasmettitore abbia una presa di terra in grado di far vibrare il sottosuolo dell'intero globo”.4
 
Fig. 24-25 - La torre di Wardenclyffe, rimasta incompiuta e fatta demolire nel 1917.
Tuttavia i fondi stanziati per la costruzione dell'impianto si esaurirono dopo appena due anni dall'inizio dei lavori. Nel 1903, infatti, J. P. Morgan si rifiutò di concedere ulteriori finanziamenti, poiché nel frattempo aveva scoperto le vere intenzioni dello scienziato.
Tesla aveva dichiarato pubblicamente di poter far accendere tutte le luci della fiera di Parigi utilizzando la sua torre di
Wardenclyffe come trasmettitore.5 Un passo falso che gli costò caro. Con tale affermazione, Tesla si era messo irreparabilmente in contrasto con Morgan, mandandolo su tutte le furie. Il banchiere, infatti, proprio non voleva saperne di una tecnologia senza fili che avrebbe azzerato i suoi guadagni sulle reti di distribuzione elettrica via cavo e che per di più non consentiva l'utilizzo dei contatori per la misurazione e la vendita dell'energia erogata.
Con il sistema mondiale di trasmissione wireless di Tesla, chiunque avrebbe potuto rifornirsi di energia semplicemente piantando un'antenna in giardino.6
Se si considera poi che Morgan deteneva anche il monopolio del mercato del ferro e del rame,7 è evidente che con le linee elettriche tradizionali avrebbe venduto milioni di tralicci, guadagnando una fortuna.
Si può ben comprendere la ragione per cui tale tecnologia wireless (senza fili) non fosse affatto un buon affare per lui sotto ogni aspetto commerciale.
Tesla cercò di persuadere Morgan, mostrandogli quanto il suo progetto fosse tecnologicamente utile e vantaggioso per tutta l'umanità, con una lettera del 1904 dove dichiarò apertamente di essere già riuscito a trasmettere una notevole quantità di energia elettrica dal suo trasmettitore incompleto da Long Island (New York) a Los Angeles (4.000 km circa di distanza) con un consumo pari solo al 2%, contro il 30% via cavo.8
Ovviamente ciò non ottenne l'effetto sperato e i suoi rapporti con Morgan cessarono drasticamente. Tesla, allora, nella vana speranza di trovare comunque altre entrate, si rivolse al governo canadese, dal quale ottenne la promessa di una fornitura di 10.000 cavalli vapore in energia elettrica in cambio della costruzione di un impianto di trasmissione di energia senza fili sulle cascate del Niagara.9 L'accordo tuttavia non poté concludersi, poiché Tesla da solo non disponeva delle risorse economiche necessarie al completamento dei lavori.
Morgan, che nel frattempo aveva bloccato il progetto di Wardenclyffe, non potendo ammettere pubblicamente di aver compromesso il progresso umano per mero interesse personale, iniziò a screditare pubblicamente Tesla e la sua tecnologia. Di rimbalzo, tutti i grandi giornali allineati al volere dei poteri forti bollarono l'avventura di Wardenclyffe come la “follia di Tesla da un milione di dollari” e nessun altro finanziatore ebbe più il coraggio di farsi avanti.10
Di fronte all'ostruzionismo di Morgan, allo scienziato non rimase che scrivergli le seguenti infuocate lettere di protesta: “Mi fai pagare il doppio, mi fai aspettare dieci mesi un macchinario. E oltre a tutto questo, hai creato il panico. […] Sono disonorato, e sono diventato lo zimbello dei miei nemici”.11
Nonostante le enormi difficoltà economiche che dovette affrontare, lo scienziato continuò sempre a sostenere in pubblico la necessità di portare a termine la costruzione della torre di Wardenclyffe. Nel 1904 rilasciò un intervista all’Electrical World and Engineer in cui lasciò trasparire per la prima volta il suo ran-core per Morgan: “Il suo principio di funzionamento (della torre di Wardenclyffe, n.d.a.) stabilisce un radicale e fruttuoso distacco da quanto è stato fatto prima d'ora. Non ho alcun dubbio che si dimostrerà molto efficiente, in particolar modo per portare energia e sviluppo nei paesi più arretrati, come nelle regioni del mondo meno accessibili.
Esso implica l'impiego di impianti capaci di trasmettere energia e informazioni ai più remoti confini della Terra. [&] Un dispositivo tascabile semplice ed economico permetterà di individuare la propria esatta posizione e ricevere notizie o comunicazioni dal resto del mondo. […] Se non ci fossero stati degli imprevisti, che non hanno nulla a che fare con le sue caratteristiche tecniche, il primo di questi impianti sarebbe già stato realizzato”.12
 Il criminale sionista John Piermont Morgan
Quattro anni dopo tornò a reclamizzare i vantaggi del suo sistema sulle pagine del Wireless Telegraphy & Telephony:13 “Non appena il progetto sarà realizzato, sarà possibile per un uomo d'affari a New York dettare le sue istruzioni, e vederle istantaneamente apparire in forma di stampa nel suo ufficio a Londra o altrove.
Egli dalla sua scrivania sarà in grado di telefonare a chiunque nel globo senza dover effettuare alcun cambiamento nell'equipaggiamento esistente. Uno strumento di poco costo, non più grande di un orologio, permetterà a chiunque lo porti di sentire informazioni ovunque, sia sul mare che sulla terra, musiche o canzoni, il discorso di un leader politico, l'indirizzo di un eminente uomo di scienza, o il sermone di un eloquente predicatore, diffuso in qualunque altro posto e a qualunque distanza.
Utilizzando lo stesso sistema, qualunque fotografia, carattere
tipografico, o stampa potrà essere trasferito da un posto all'altro. Milioni di tali strumenti potranno essere collegati a una sola centrale di questo tipo.
Più importante della comunicazione di informazione, sarà comunque la trasmissione di potenza (energia elettrica, n.d.a.) senza l'utilizzo di fili, su larga scala, cosa che convincerà chiunque sulle enormi potenzialità del suo utilizzo. Ciò sarà sufficiente a mostrare che l'arte della trasmissione senza fili offre possibilità di gran lunga più elevate di qualunque altra invenzione o scoperta mai effettuata prima d'ora, e, se le condizioni saranno favorevoli, ci si può aspettare con certezza che nei prossimi anni altre meraviglie verranno fuori dalle applicazioni di questa tecnologia”.
La vera causa del fallimento del progetto di Wardenclyffe, quindi, non era di carattere tecnico, ma politico-economico.
La tecnologia di Tesla, infatti, era giunta a uno stadio di sviluppo talmente evoluto da costituire una seria minaccia agli interessi economici delle lobby più potenti del mondo.
Pertanto, finché il suo ingegno poté essere sfruttato dall’élite finanziaria e industriale per fini di lucro, venne appoggiato e sostenuto fino alla celebrità, ma non appena giunse a un passo dal distribuire gratuitamente energia a tutta l'umanità venne osteggiato con ogni mezzo possibile ......
L'enigma sul guadagno energetico
A causa della ferma opposizione dei suoi finanziatori alla costruzione dell'apparato per la trasmissione di energia senza fili a costi prossimi allo zero, l'esatto funzionamento del sistema di Tesla è rimasto ancora oggi parzialmente avvolto nel mistero.
Sappiamo solo che nel suo brevetto n° 787.412 del 1905 lo scienziato dichiarò di avere ottenuto dispersioni inferiori a qualche punto percentuale, aggiungendo che l'utilizzo del trasmettitore alle bassissime frequenze avrebbe comportato addirittura un incremento energetico con l'aumentare della distanza.
Quest'ultima dichiarazione, apparentemente assurda e attualmente molto contestata in ambito accademico, venne confermata dallo scienziato sia nella sua autobiografia14 che in un'intervista del 1919 alla pubblicazione scientifica The Electrical Experimenter.
Durante l'intervista egli affermò infatti: “È persino possibile far aumentare gli effetti dell'amplificazione con la distanza in base a una legge matematica esatta”.15 È quindi probabile che, se Tesla affermava il vero, non solo avesse trovato il modo per accumulare energia nella Terra stessa al fine di renderla disponibile ovunque, ma avesse anche scoperto come ricavare un guadagno energetico dall'ambiente durante il processo di immagazzinamento.

deca