venerdì 25 aprile 2014

STIAMO ATTENTI CHE SE I VENETI S'INCAZZANO......

 


Sull’indipendentismo veneto

 

Il clamore causato dal recente arresto dei presunti indipendentisti, fa rabbrividire.

 Attenzione però, non per...

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Il clamore causato dal recente arresto dei presunti indipendentisti, fa rabbrividire.
Attenzione però, non per il pericolo corso dall’Italia a causa di un trattore mascherato da carro armato (sic), ma per il tempismo perfetto con cui la magistratura si è mossa a seguito dei risultati che questo movimento sta ottenendo, un chiaro sintomo di paura.
Sembra d’intravedere la stessa dinamica delle repressioni avvenute nel mondo del calcio, allorquando all’indomani dell’assassinio di Gabriele Sandri da parte di un agente di polizia, si approfittò per dare un giro di vite alla durezza delle leggi negli stadi per colpire non chi aveva sbagliato, ma chi aveva subito.
Il recente referendum sull’indipendenza della regione veneta ha fatto sorridere e indignare più di qualcheduno in giro per l’Italia. Come stupirsi. Da decenni raffigurati come un popolo di imbriagoni, polentoni e serve semianalfabete abituate a dire “comandi!” a ogni piè sospinto, un popolo “ignorante” e “razzista” che lavora a testa bassa e subisce angherie di ogni tipo, e che per quest’ultimo motivo, in fondo, suscita un po’ di simpatia e compassione; fino a quando la testa rimane bassa.
In questi ultimi anni, però, con le centinaia di suicidi, la crisi che dilagava e una classe politica sempre più incapace di tutelare le ragioni di questa terra bellissima ed economicamente formidabile, è riaffiorato quello che per molti altro non è che un virus, un germe da debellare: quello dell’indipendentismo e dell’identità veneta. Sentimenti che nei periodi di vacche grasse erano appannaggio di pochi nostalgici – rari nelle città, più numerosi nelle campagne  – ma che di fronte al fallimento delle politiche nazionali e comunitarie sono tornati prepotentemente alla ribalta.
Così si è tornati a parlare d’indipendenza e così le genti venete stanno riscoprendo piano, piano un patrimonio storico colpevolmente taciuto ed ignorato per troppo tempo.
La verità è che quando i veneti parlano d’indipendenza, rievocano un ideale realmente esistito; sicuramente sotto alcuni aspetti un’utopia, al giorno d’oggi, ma pur sempre una straordinaria storia il cui ricordo è bene che non conosca mai fine. Una civiltà illuminata, una Repubblica millenaria, un impero marittimo, uno Stato forte, temuto e rispettato per secoli da tutte le più potenti nazioni del mondo mediterraneo ed eurasiatico; un faro di giustizia, tolleranza, progresso (vero), cultura, diplomazia, architettura, commercio, forza militare e soprattutto di buon governo.
Non a caso, la Serenissima. Ecco cos’è per noi il Veneto, ecco perché dopo ‘sti 150 anni d’Italia (scarsi, fummo annessi nel 1866) il sentimento resiste ancora.
Ma perché il Veneto non dovrebbe essere contento di appartenere all’Italia e avrebbe manifestato il volere di ritornare a prima del 1797, anno di caduta della Republica Veneta?  Sicuramente era già in declino – nella struggente decadenza settecentesca – quando arrivò Napoleone a dargli la spallata finale, decretando la fine del nostro Stato.
Quel Napoleone che dietro al paravento dei valori della rivoluzione francese ed alle sempre valide, abusate e messianiche parole come “libertà”, “progresso” e “uguaglianza” distrusse e depredò con furia barbara e moralizzatrice tutto ciò che poteva, imponendo tasse a dismisura e la coscrizione obbligatoria per i nostri giovani che divennero così carne da macello per le sue imprese spericolate.
Non ci andò molto meglio, poi, con l’annessione al Regno d’Italia. Partiti malissimo – alla fine di quel Risorgimento così sinistramente analogo alle rivolte fomentate oggigiorno dall’Occidente – con un referendum-truffa che andò persino oltre quello avvenuto in molte regioni del Sud e ben raccontato ne il Gattopardo, col passare del tempo le cose addirittura peggiorarono.
Milioni di veneti furono costretti a emigrare nelle Americhe ed in Australia grazie al “progresso” apportato dai Savoia, capaci a suon di tasse insostenibili e politiche inadeguate di dare la mazzata finale a una terra che già non si era più rialzata dalla caduta di Venezia. Iniziò un’epoca buia fatta di miseria e ulteriore decadimento che terminò solo negli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo, quando il boom economico ben si sposò con la capacità imprenditoriale dei veneti, dando così vita a quel miracolo del Nord-Est che rivoluzionò la Regione (talvolta deturpandola sotto il profilo paesaggistico) e trainò l’Italia, cosa che continua ad accadere.
Una crescita economica straordinaria ma eccessiva ed improvvisa, alla quale non si abbinò e non fece seguito un’altrettanto forte crescita culturale; una grave colpa che il Veneto si porta ancora addosso e che paga severamente sia nell’immaginario collettivo sia, soprattutto, quando si tratta di essere rappresentato e tutelato dalle istituzioni nazionali.
Aggiungendo a tutto questo un centralismo esasperato – totalmente irrispettoso della storia d’Italia – abbiamo come risultato quello di essere spremuti senza ricevere in cambio un congruo ritorno economico e una seria presenza dello Stato quando serve, senza un minimo riconoscimento morale del ruolo svolto per il benessere nazionale e senza la possibilità di celebrare il nostro passato senza essere tacciati di chissà quali crimini.
Ecco allora perché (anche) in Veneto la gente si rende conto di come queste sovrastrutture nazionali ed internazionali abbiano fallito; ecco perché il Veneto alza la voce chiedendo di più da chi sino ad ora ci ha preso e basta.
Era noto ai più che questo referendum – pur presentando qualche comprensibile ombra sui numeri è stato sostanzialmente ribadito da sondaggi “ufficiali” – non avrebbe avuto come risultato quello dell’immediata indipendenza, ma è pur sempre un segnale che rimane unico nella storia della Repubblica (quella italiana).
Un primo segno tangibile di “rivolta” che potrebbe essere la prima pietra di una strada che potrebbe condurre, intanto, all’ottenimento dello statuto autonomo e così facendo di un sistema che ci permetta di trattenere più risorse, quelle che ci spettano in quanto frutto della fatica del nostro popolo.
Recentemente perfino Bruno Vespa, ha sostenuto come <<senza il Veneto l’Italia fallirebbe domani mattina>>, dicendo ciò che è arcinoto, ma che non viene mai abbastanza fatto notare.
Renzi, coerentemente, in seguito ha proposto al suo partito di sopprimere il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, quello che regolamenta la possibilità per le regioni di dialogare con lo Stato centrale per discutere di autonomia. Così facendo, non si va da nessuna parte. 
Così facendo, non stupitevi se continuerete a sentir parlare d’indipendenza del Veneto e se questo movimento assumerà forza e dimensioni sempre maggiori.